In anni che avevano visto la frantumazione operata da Ungaretti e la restaurazione classicistica della “Ronda”, Eugenio Montale si distingue per un lessico che mira ad una precisione naturalistica. Non ripudia qualche presenza gergale o tecnicistica e non ha ambizioni di tono alto, riecheggiando su questo versante Pascoli e Gozzano. Predilige, al contempo, un registro discorsivo che talvolta si distende nella descrizione; talora diventa sentenzioso, amaramente epigrammatico. In “Ossi di seppia” spicca il paesaggio ligure, privo di ogni seduzione turistica. Anzi esso è colto nella sua asprezza, “orto assetato”, “afa stagna”, “irti ramelli”, “calvi picchi”, e nel suo dimesso squallore, “scalcinati muri”, “ripa franosa gialla, solcata da stroscie d’acqua piovana”.
Linguaggio e realtà paesistica sono mezzi per estrinsecare un mondo interiore, una concezione del vivere caratterizzati dall’angoscia esistenziale, dal fermo rifiuto di ogni facile consolazione, dalla coscienza dello scacco. In un tale scenario non può esserci posto per una poesia vitalistica. Di conseguenza Montale, nel rifiutare il dannunzianesimo, ribadisce che la poesia non può indicare la strada per uscire da questa penosa situazione, “non domandarci la formula che mondi possa aprirti”. Essa è solo in grado di offrire “qualche storta sillaba e secca come un ramo”. In sostanza alla poesia è dato solamente di trascrivere – rinvenendola negli oggetti e negli aspetti più ovvi – questa condizione di un cosmico male di vivere. La poesia è consapevolezza del mancato realizzarsi dell’uomo.
Vibra in Montale l’impegno di trovare, pur nel dato descritto con fredda obiettività, un emblema, o meglio un “correlativo”, e di oggettivare un modo di sentire in un elemento della realtà, evitando la scomposta effusione sentimentale e l’abbandono ad un’oratoria che promuove una posizione etico-intellettuale. Montale è della “razza di chi rimane a terra”. Il mare è l’oggettivazione di quanto il poeta non è riuscito a realizzare. “Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale siccome i ciottoli che tu volvi, mangiati dalla salsedine. Altri fui”. La negatività di Montale si risolve nella lucida accettazione di un destino di non redimibile angoscia. Eppure il poeta non demorde. Sogna ancora di realizzare una poesia che possa “cangiare in inno l’elegia”, cioè che sia in grado di cantare e celebrare la scoperta del “varco”, di un senso integro del vivere. I versi conclusivi di “Ossi di seppia” richiamano significativamente “rami ieri scarniti e nudi e oggi pieni di fremiti e di linfe”. Al contempo il poeta parla di un “domani” segnato da “un riaffluir di sogni” e da “un urger folle di voci verso un esito”. Montale, dunque, non esclude la possibilità di vedere “rifiorire” le riviere investite dal sole.
