Formano una feconda simbiosi, in Nadia Fusini, l’atto della scrittura e l’atto della traduzione, due costitutive dimensioni dell’universo narrativo da lei padroneggiate con maestria lungo una insigne carriera (impreziosita da prestigiosi incarichi e da importanti riconoscimenti) avviata sotto l’egida di tre figure di eccellenza nello scenario culturale internazionale: Agostino Lombardo, Giorgio Melchiori e John Frank Kermode. Penetranti e ricchi di dottrina sono i numerosi studi e saggi – in particolare su William Shakespeare e su Virginia Woolf – dell’anglista Fusini, la cui produzione ha contribuito a determinare il profilo di un preciso orientamento della critica letteraria sempre attenta ad unire l’indagine sull’interiorità dei personaggi della finzione (in conformità alla radice ideologica degli autori trattati) e l’esame dei caratteri esteriori di un’epoca e della sua storia.
Nei suoi scritti, di conseguenza, il termine “volto” assume una doppia valenza, intimamente correlata: l’elemento descrittivo si innerva di un’istanza morale all’interno di una strategia compositiva mirante a focalizzare e ad incidere i tratti di un pensiero, di una visione, di una temperie.
Altamente significativo entro questa prospettiva è quindi l’incipit del suo libro “I volti dell’amore” (2003), che si apre con una citazione dalla celebre poesia – di due soli versi – intitolata “In una stazione del metrò” (1913) dello scrittore statunitense Ezra Pound. Tali versi – assunti a manifesto dell’imagismo, che postulava la presentazione degli oggetti tramite immagine nitide e immediate, in polemica con il turgore espressivo del tardo romanticismo – così recitano: “Questi volti apparsi tra la folla: petali su un ramo umido e nero”.
L’epifania cui la poesia allude si compie, dunque, in una stazione della metropolitana. Il poeta vede sbucare dal sottosuolo una folla indistinta e amorfa. Ma ecco che si accendono, come fossero luci, le facce. “Il volto appare – scrive la Fusini -. Il modo della manifestazione del volto è l’apparizione. L’epifania illumina d’un tratto il buio dell’anonimato”. Il volto è una luce che brilla nella notte della metropoli, sia essa New York, Parigi, Londra. Siamo comunque tutti soli, un’indifferente moltitudine senza nome, “una folla di equivalenza, uno uguale all’altro e a nessuno”. Ma tale indifferenza a volte “si strappa” e una faccia ci colpisce. Una faccia che non sarà necessariamente bella, ma che sarà sicuramente singolare. “E’ allora che percepiamo l’esistenza dell’altro” dichiara la scrittrice.
Il volto non è il nome proprio, è qualcosa di più essenziale del nome. Non è l’identità, semmai è l’alterità. Meglio ancora, è “il segno umano per eccellenza”. Scrive la Fusini: “Un volto può attraversare la mia strada e rimanere anonimo. Sarà per sempre l’altro, l’estraneo, non lo conoscerò mai. Eppure, avendo bucato per un istante l’indifferenza del mio sguardo, mi ha risvegliato dal sonno della vita, mi ha salvato dall’opaca monotonia quotidiana. Ho visto qualcuno, qualcuno ha arrestato l’inquieto trascorrere dei miei occhi da una superficie all’altra. Io gli sono grata”.
Nel dipanare la sua riflessione, la scrittrice afferma che nel volto l’uomo è simile a Dio, e cita il libro della Genesi in cui si racconta come Dio abbia creato l’uomo a sua immagine. Lo creò maschio e femmina. Se è così, si domanda la Fusini, se l’uomo somiglia a Dio Padre che l’ha creato, come si fa a non amarne il volto?
“Non vi è dubbio – scrive – che l’uomo ha dato a Cristo il suo volto. E’ per questo che il volto apre quella luce nella poesia di Pound. Per questo stesso motivo Pound affida all’immagine del volto l’epifania della complessa presenza dell’umano, ovvero l’umano colto nella folla, incarnato nelle diverse facce”. S’impone dunque la dimensione, paradossalmente familiare e cara, dell’alterità. E non c’è contraddizione, o comunque solo in apparenza, perché l’altro – evidenzia la Fusini – ha il potere di commuovere, riducendo estraneità e distanza, con il suo “unico, singolarissimo volto”.
