Sul mestiere di scrivere Natalia Ginzburg offre un’acuta e illuminante riflessione. “Penso – afferma – che mi sia accaduto più volte di formulare pensieri riguardo alle strane condizioni di spirito in cui vive oggi lo scrittore. Esse certo non sono diverse dalle condizioni di spirito in cui tutti oggi vivono, ma forse lo scrittore è per sua natura destinato a soffrire in un mondo intenso e confuso”.
Ciascuno ritiene che sia sempre più difficile fare ciò che pure sa fare e ha fatto sempre. Così lo scrittore stima di essere là per raccogliere la realtà, ma giudica che è arduo usare ”lo strumento essenziale” per raccontare, cioè il tempo.
“L’idea del tempo gli ispira odio – osserva -. Il presente gli è nemico, ed egli non vi trova né respiro né spazio, e il passato pure gli è ostile perché vi scorge le radici di ogni infelicità. Per il futuro non prova nessuna specie di sentimento perché non gli sembra di poter credere in esso”. La Ginzburg rileva quindi quanto sia complesso dire in quale misura uno scrittore ha bisogno che altri scrittori scrivano. “Sempre assorto nel pensiero di non saper fare una cosa che però forse nessuno gli chiede di fare – evidenzia -, lo scrittore sente anchilosarsi le sue membra e ha la precisa sensazione che tutto il mondo intorno a lui sia immobilità e polvere”.
Ma se egli vede qualcun altro fare un gesto e muovere un passo, sente “un improvviso sollievo” e in lui si desta il ricordo delle voci, dei gesti e dei passi. Brancolando e vacillando, lo scrittore cerca gli strumenti che aveva rifiutato e li adopera. Non ha dimenticato che li aveva trovati “odiosi e inutili”, come pure “falsi e inadeguati”. Li usa ugualmente perché ad un tratto “se ne infischia di tutto quello che aveva pensato”.
