Quando Natalia Ginzburg era ancora alle prime armi, nella sua prosa si avvertiva immancabilmente “la pulsazione del vero”: un pulsare fugace, anzi “fugacissimo”, ma sufficiente – rileva lo scrittore Silvio Benco – a conferire al serrato tessuto narrativo spessore umano e ispirazione morale. Superata la fasa iniziale della parabola artistica, questa caratteristica si andò sempre più confermando: in “Le voci della sera” è proprio “la pulsazione del vero”, vibrante in ogni personaggio, a dettare con scoperta evidenza ed esemplare funzionalità il ritmo del romanzo.
Maturata e affinata tale modalità di intonazione, alla Ginzburg – afferma Eugenio Montale – bastava rimanere fedele ad “una materia perfettamente congrua a quella che è la sua semplice vitalità”. Una volta che ha accordato – fino a calibrare le più riposte sfumature di suono e di timbro – il suo strumento, la scrittrice verga ogni pagina con uno stile inconfondibile, rendendo in teoria superfluo firmare le opere per attestarne “la maternità”. L’estrema delicatezza del tocco, che sfiora “l’insignificanza”, è il suggello di una peculiare vocazione espositiva diretta a riprodurre con un’impeccabile capacità mimetica “non solo la voce di chi discorre, ma anche e soprattutto l’intima cadenza del chiacchiericcio”.
Nel citare il libro più noto della scrittrice, “Lessico famigliare”, Montale sottolinea che il linguaggio in esso usato “sta addirittura al di sotto del livello medio del comune standard di conversazione”. Si tratta di un sapiente parlato che resta “terra terra” e guadagna in immediatezza quanto perderebbe “se investisse una materia a più dimensioni, in cui contasse qualcosa il fluire del tempo”. Ma il tempo è “il grande assente” della cronaca che si sviluppa nel romanzo. Esso copre quarant’anni di storia cadenzati dal prefascismo, dal fascismo e dal postfascismo, visti da un punto di osservazione strettamente individuale, “quasi che tutto fosse favola più che ricordo cocente”. Di conseguenza il modo in cui è declinata la narrazione riduce ogni pensiero e ogni atto alla dimensione di scarna essenzialità, in forza della quale persone e cose sono spogliate della loro intrinseca gravità così da risultare irreali, o quasi.
Dal canto suo, Pietro Citati mette in evidenza che nessun scrittore italiano capisce, come la Ginzburg, che cosa sia una famiglia. Per lei essa significa – nel segno di un’austera e soave semplicità – sedere alla stessa tavola, essere avvolti dalle stesse pareti e dagli stessi mobili. Famiglia vuol dire pure conoscere “quel modo ostentato o dimesso” di pronunciare una parola, e ricordare insieme la storia di un cassettone o di un quadro, nonché i loro spostamenti nei vari spazi della casa. “Alla fine – afferma Citati – non siamo legati nemmeno dall’affetto, ma da una rete tanto più oscura, invincibile e complice, di abitudini vissute insieme”.
Nell’esaminare la prosa della scrittrice, Geno Pampaloni osserva che essa fonda la sua cadenza su due poli: il modo indicativo del verbo e l’aggettivazione al superlativo. Indicativo e superlativo – cioè la piana realtà e la stessa realtà che si qualifica tendendosi verso l’ineffabile – costituiscono “l’alternanza” e arricchiscono di continua drammaticità “la sua apparente monotona estenuazione”. Il modo indicativo sta ad esprimere la volontà della scrittrice, nel raccontare ricordi ed emozioni, di tenere fatti e sentimenti “a portata di mano”, inequivocabili e spogli; il superlativo non va inteso in senso grammaticale, ma semantico, come concentrazione di significati. Nell’ottica di tale bipolarità, la realtà è all’indicativo, la vita al superlativo. La realtà è scabra e povera, ma ciò che la sta dietro, ovvero la vita è piena di “significati arcani” e di “tremendi prodigi”.
In questo modo, rimarca Pampaloni, la scrittrice “trova spazio sia la suo realismo riduttivo, disincantato, sia all’incantesimo febbrile della fantasia”. Da tale impostazione deriva un’arte che si configura come “il sentimento di un’approssimazione sempre incompiuta, di un’eco che ci turba ma non si coglie, di un residuo segreto di quella stessa realtà con cui abbiamo dolorosa confidenza”.
