Un’aperta confessione opera Natalia Ginzburg sull’arte narrativa di Goffredo Parise nella postfazione a “Sillabari”, raccolta di racconti dedicata ai sentimenti umani “essenziali”. Da principio le erano risultati “indifferenti” i libri dello scrittore vicentino. “Usavo pensare a lui – ricorda – come ad uno scrittore di cui non mi importava nulla. Mi sembrava che nelle sue opere ci fosse qualcosa di appassito e di sgualcito”. L’autore le pareva anche “molto abile”, come pure aveva la sensazione che ogni sua opera cercasse uno stile: in questa ricerca, tuttavia, non c’erano né ansia, né stupore. “Pensavo che l’abilità mascherava in lui l’indifferenza e l’esitazione” osserva. Quando poi la Ginzburg lesse il racconto “Amore”, sperimentò un’epifania “ritardata”. Il testo, infatti, non lo trovò subito bello. “Mi pare – rileva – che per inezia e per incredulità non lo definii in nessun modo”. La scrittrice palermitana evidenzia, al contempo, che avendo incontrato in quel racconto una donna “con i capelli come le carote sporche di terra” e un uomo che “pareva respirare con il collo gonfio, come i ranocchi cantanti”, ne fu molto lieta.
Lo stile espressivo lo percepì “contagioso”: un percolo da cui mettersi in guardia e un beneficio da tesaurizzare. “Noi sappiamo – afferma la scrittrice – di doverci difendere da questi contagi, e sappiamo che essi possono anche non essere gran cosa, e sparire nello spazio di un pomeriggio senza lasciare traccia”. Ma si è pure consapevoli che a volte simili “fermenti di imitazione” sono fecondi e salutari, “significando per la nostra persona come una forte febbre di morbillo, dalla quale ci si rialza pieni di nuovi disegni e di nuovi propositi, e più floridi e rinvigoriti”.
Da allora la Ginzburg s’impegnò a cercare altri suoi racconti. Una volta trovati e letti, le prendeva quella “febbre di impazienza e irrequietezza” derivante dallo “stile degli altri quando vorremmo imitarlo”. E allorché lesse “Bambino” e “Bontà”, comprese che quei racconti le piacevano “moltissimo”: non solo, dunque, desiderava imitarli, ma il fatto che fossero stati scritti segnava per lei “un avvenimento felice”.
Una particolarità, apparentemente banale, contenuta nei racconti aveva “scosso” la Ginzburg: i tempi dei verbi. “Non capivo bene – rammenta – cosa ci fosse, nei tempi dei verbi, di così importante e struggente per me. Ricordo allora di aver pensato che se Parise adopera così l’imperfetto, allora possiamo adoperarlo tutti allo stesso modo”. La scrittrice aveva la sensazione che l’imperfetto di Parise fosse di una qualità nuova, che fosse un imperfetto “rapido, triste e fuggevole”, e che stesse al fondo dei suoi racconti “come riflettendovi il corso fuggevole della vita”.
Al contempo ella osserva che i suoi passati remoti avevano “rintocchi sordi e profondi”. Le sembrava fossero là “pesanti e solenni” come i boschi o le montagne accanto ai corsi d’acqua, con i suoni e le voci della terra “lungo il rapido e triste fluire dei fiumi”. La Ginzburg dice quindi di pensare che a Parise sia ad un tratto accaduto di trovarsi in armonia con il suo imperfetto, cioè “con quella segreta cadenza che accompagna le nostre azioni, promesse, delusioni e memorie, e congiunge dentro di noi i tempi della nostra vita”.
Ogni racconto viene investito con un passo meravigliato e rapido, e con lo stesso passo meravigliato e rapido viene lasciato. “Ogni storia è la storia di una promessa e di una delusione – rileva -. Ma ogni delusione vale non a piangere gli inganni, i tradimenti e le miserie della vita, ma a salutarne la misura e la grazia. Tale grazia è così strana, casuale e imprevedibile che tutte le sue promesse e le sue delusioni appaiono ugualmente cariche di felicità e di dolore, e sembrano le une e le altre generate da circostanze capricciose e oscure, e dominate da un profondo stupore”.
Su tutti i racconti di Parise – che pure sembrano evocare la gioia di vivere – pesa “un’immensa malinconia”, la quale non si sa da dove provenga. Il colore della malinconia, in queste storie, non è grigio, ma purpureo, cioè il colore non delle giornate di pioggia, ma quello dei tramonti. “Il mondo che egli disegna – dichiara la Ginzburg – è un mondo di cui ha individuato l’intima fragilità, e sulle spiagge, sui campi di neve e sugli interni familiari grava la consapevolezza che essi siano destinati a sparire o a trasformarsi così da diventare irriconoscibili ai nostri occhi”. Di conseguenza lo sguardo che li contempla è uno sguardo di congedo, deciso e fermo.
