Sono ancora numerosi gli enigmi da sciogliere riguardo all’opera di Luigi Pirandello, sottolinea Corrado Alvaro nell’articolo pubblicato sulla rivista “La nuova antologia” e redatto in occasione del conferimento del premio Nobel per la letteratura (1934) allo scrittore siciliano. “Non è chiara – rileva – la trasmutazione dei valori nell’arte pirandelliana, come pure non è chiara l’operazione per cui i suoi personaggi provinciali, vestiti di nero, divengono i rappresentanti di un mondo borghese preso dalla vertigine del mutamento dell’epoca”. Ed è da capire come “la grossa farsa paesana” sia tornata con lui al modello di una commedia classica.
Alvaro riscontra in Pirandello “un risentimento atavico” di destini umani. Soltanto “un provinciale” che serbi i sogni e le aspirazioni del fanciullo di periferia proiettato verso un mondo più alto e più puro, poteva operare la trasformazione di un’arte che da forza primordiale diventa un atto di fede. “Il suo segreto – afferma lo scrittore calabrese – sta in quello che credette da fanciullo e da uomo giovane, e sta nei suoi stessi pregiudizi. Il suo segreto è custodito nell’eredità del suo ceppo borghese, nel doloroso decoro dei borghesi di provincia, perfino in una certa dose di cattiveria”. Questi borghesi, giunti alla scoperta del mondo, ne rifuggono “inorriditi” perché lo immaginano sempre più nobile.
Pirandello appartiene ad una classe che ha una trama di ideali e di sacrifici- “Sulle prime – osserva Alvaro – la stessa società di cui Pirandello ha fatto la storia è saltata in piedi indignata, quasi quanto sono indignati i suoi personaggi di scoprirsi sul palcoscenico. Essi credono all’onestà, hanno diviso il mondo in bene e in male, e questi limiti non li hanno mai aboliti”. Lottano contro la malignità umana che strappa loro “le ultime dignitose apparenze”. Vorrebbero essere alti e grandi, sebbene sappiano che non c’è posto per l’altezza e per la grandezza.
Nell’opera pirandelliana, se l’uomo comincia a raccontare di sé ad alta voce, scopre chi è veramente egli stesso: le colpe, il peccato, i sentimenti forti prendono consistenza “come una lastra fotografica al reagente degli acidi”. E’ il definirsi che “uccide” gli uomini. L’atto della parola diviene una forma di confessione e di espiazione. I drammi si compiono parlandone. “Fino a quando tutto rimane sepolto nel fondo della coscienza – evidenzia Alvaro -questo ‘tutto’ è ancora increato e ingiudicato”. Di conseguenza l’uomo è tranquillo. Ma nel momento in cui comincia a parlare, e continua a parlare, “l’uomo crea e forgia sé stesso, stabilendo il suo destino”.
Per giungere a questo approdo, occorreva uno scrittore “penetrato di elementi indefiniti della coscienza”, ispirato dalle stesse istanze che tessono il fato degli eroi dei drammi antichi e che formano le fondamenta della psicologia popolare, della sua giustizia e delle sue leggi oscure. L’uomo si inventa e si scopre parlando.
Rileva quindi Alvaro che una delle vie lungo la quale si sviluppa la narrativa pirandelliana è l’amletismo. I suoi personaggi hanno infatti in sé qualcosa di Amleto. Come l’eroe shakespeariano, essi – in un mondo di tradizioni consunte – portano qualcosa di essenziale: il demone del pensiero che si confronta con la debolezza della volontà. In Pirandello, come già in Shakespeare, la demenza viene a configurarsi come uno strumento per “riguadagnare il senso della propria personalità”. Si assiste allora al ritorno del valore morale dei sentimenti: un ritorno insopprimibile perché connaturato all’essenza della natura umana. “Si apre così il sipario – chiosa Alvaro – sull’animo dell’età nuova, degli uomini nuovi”.
