Sfoggiò la saggezza, e la pazienza, di aspettare che svaporasse la spumeggiante parabola dannunziana prima di fare il suo ingresso nello scenario letterario per esporre ed imporre una dimensione narrativa sobria e ponderata, non inficiata da gonfiezze barocche e da spasmi esornativi, e incentrata non sulla figura del superuomo, ma dell’inetto. E’ il giudizio di Eugenio Montale che investiga “la coscienza” di Italo Svevo con il quale – come il premio Nobel ebbe a raccontare – fu in costante contatto per tre intensi anni, durante i quali lo scrittore triestino cominciò a guadagnare rilevanza e notorietà. Tuttavia egli restava oggetto di ingenerosi strali denigratori lanciati da “stolidi e miopi” benpensanti.
Da quella frequentazione Montale ricava l’impressione che Svevo fosse un uomo sempre sicuro del sentiero che aveva deciso di intraprendere, “il sentiero della verità”. “Ho incontrato numerosi, illustri scrittori – afferma – e in occasione di ogni incontro pensavo sempre di poter distinguere l’uomo dallo scrittore. Nel caso di Svevo è stato diverso, perché in lui le due identità si fondono in un unico blocco. Su questo versante, l’unico che si avvicina a Svevo è Verga”.
Montale quindi rileva che è stata l’incapacità di gestire la sintassi e di tessere dialoghi ad impedire a Svevo di qualificarsi come drammaturgo. Nei romanzi il dialogo è indiretto, filtrato attraverso la memoria; nei lavori teatrali esso è “eccessivo e indiscriminato”. Addirittura la costruzione narrativa risulta non di rado “disordinata”. Ma si tratta di un disordine “controllato” in cui convergono tensioni e aspirazioni, a beneficio di uno scenario sempre mobile e frizzante, a dispetto di tematiche cupe, quali l’inettitudine, la solitudine, l’incomunicabilità. Di questa prospettiva è testimonianza il romanzo “Una vita”, sintesi di due piani: quello legato al naturalismo, inteso in senso ortodosso, cioè senza deviazioni o sbandamenti; e quello riecheggiante ardori, non ancora spenti, propri del romanticismo. Questi due piani si specchiano nella figura del protagonista, Alfonso Nitti, diviso dal senso del dovere, che lo porta ad accordare piena adesione alle trite dinamiche della quotidianità, e dall’urgenza – in verità velleitaria – di liberarsi dai serrati lacci del reale per innescare il “folle volo” della fantasia.
In realtà, il pavido Alfonso non saprà mai volare, anche perché non oserà farlo. Come gli ricorda con lapidaria freddezza uno dei personaggi del romanzo, Macario, se si è nati senza ali, non c’è modo che esse possano crescere in futuro. Di conseguenza chi ne è privo, non potrà mai piombare con successo sull’ambita preda che, invece, sarà ghermita da chi di ali è provvisto e ha il coraggio di destarne il frullio.
