Vivere, sentenziava Henrik Ibsen, significa lottare all’interno del proprio io contro i fantasmi dei poteri oscuri e scrivere significa mettere sotto processo i lacerti più reconditi della propria personalità. In un saggio dedicato a Thomas Mann, il critico ungherese Gyorgy Lukacs si richiama ad un’illuminante affermazione del drammaturgo norvegese giudicandola funzionale per decifrare l’universo umano e letterario dello scrittore tedesco. Un universo che non si presta ad una facile definizione; al contrario, si rivela suscettibile di un’accattivante dicotomia, in equilibrio tra due opposte e complementari classificazioni.
La repubblica delle lettere tende, quasi per consolidata inerzia, a collocare Mann tra gli scrittori realisti: Lukacs, in merito, avanza acuminate riserve, sottolineando che il suo nitido descrittivismo è solo in apparenza una fedele riproduzione del mondo. Nelle pieghe risposte della sua prosa, invece, si insinuano i germi di un antinaturalismo votato a sublimare la realtà quotidiana, elevandola a simbolo della condizione dell’uomo moderno spogliato di ancillari contingenze, al fine di riscattarlo dalla mediocrità di una dimessa rappresentazione.
Al contempo il critico ungherese contesta – andando anche in questo frangente controcorrente – la definizione di Mann, supinamente accettata, di scrittore borghese, ligio alle convenzioni dettate dalla società e, sul piano letterario, rispettosamente conforme alle classiche regole della narrativa. A livello di intreccio – afferma Lukacs – le sue opere si piegano, a livello puramente teorico, al connubio formato dalla dimensione borghese e dall’istanza di un protocollare classicità. Ma è nel dettaglio la verità artistica di Mann, che si esprime attraverso precisi assunti volti ad erodere false certezze.
C’è un male che la borghesia aborrisce, la solitudine, perché ritenuta responsabile di minare le fondamenta di un mondo di composta armonia, di cui essa intende, con fiero orgoglio, essere paradigmatica espressione. Ebbene, la solitudine – o apertamente o in filigrana – pervade sempre, con buona pace dei borghesi, i capolavori di Mann, rimarca Lukacs. Esemplare, al riguardo, è il romanzo “La morte a Venezia”, il cui cinquantenne protagonista, l’artista Gustav von Aschenbach, incarna il tramonto di una classicità intesa nei termini di sensibilità e bellezza. Un tramonto che in lui si consuma nella rapita e accorata contemplazione di Tadzio, un giovane dall’avvenenza apollinea. La descrizione oggettiva di Venezia si fonde, in modo mirabile, con il dramma affettivo e sentimentale del protagonista: una felice sintesi che smentisce, senza appello, la presunta e univoca identità di Mann quale scrittore realista, “freddo e cinico”. S’impone quindi l’antinaturalismo – ovvero la sua fonte di ispirazione e la sua autentica cifra narrativa – nel quale si specchiano le pulsioni e i tormenti di Gustav, ma anche, di riflesso, la sua catarsi.
