Nel sondare il mistero profondo delle scelte umane, il filosofo e matematico francese Pascal afferma nei “Pensieri”, che “il cuore ha ragioni che la ragione non conosce”. E’ un mondo a parte quello in cui gravitano – nel segno di un groviglio articolato e spinoso – sentimenti, emozioni, slanci e ritrosie. Il freddo raziocino, che pure ha tanta parte nelle variegate dinamiche della storia, talora sembra svolgere un ruolo comprimario rispetto alla supremazia, appunto, del cuore. Di questa prospettiva era ben consapevole Alessandro Manzoni che, soprattutto nei “Promessi sposi” (come pure in altre opere), attraverso il rigoroso scandaglio della psicologia dei vari personaggi, stila le coordinate di uno scenario in cui, con cadenzata costanza, si avverte il palpito dell’umano sentire, scaturigine di fatti e misfatti.
Nel libro “Manzoni, il guazzabuglio del cuore” Gian Mario Veneziano, insegnate e studioso, approfondisce, con acume critico, alcuni salienti aspetti della strategia narrativa del Gran Lombardo, diretta a svelare – sempre con garbato e rispettoso pudore – i recessi più remoti dell’animo.
Tracciando il profilo del padre di Gertrude (la futura monaca di Monza) Manzoni afferma che è “un guazzabuglio” il cuore dell’uomo, vale a dire un assai fitto mistero, sul quale si misura, al contempo, la forza e il limite della ragione. Infatti, se da un lato è possibile, attraverso una lucida analisi, aprire pertugi nell’interiorità di un singolo soggetto, dall’altro esiste una linea di confine non valicabile (in tale discrimine si specchia la religiosità manzoniana) rappresentata dall’imperscrutabile volere divino, di fronte al quale l’uomo deve cedere le armi del pensiero e della fantasia.
Nella prefazione, il giornalista Alessandro Banfi sottolinea come attraverso il sapiente dipanarsi della prosa manzoniana, Veneziano mette in luce la variegata esperienza dell’umano. “Una prosa – scrive – che nelle spiegazioni e nei rimandi dell’autore prende la forma del grande teatro della vita e della storia, proprio mediante la storie di gente semplice”.
Nel definire i “Promessi sposi” un romanzo a più voci, l’autore rileva che da tale dimensione polifonica deriva la severa e circoscritta misura di ogni prospettiva: vige solo una narrazione parziale, perché la visione totale è solo di Dio. Ma proprio da questo affacciarsi di diverse prospettive emerge una ricca complessità della vicenda umana nelle sue declinazioni etiche e intellettuali. In tale contesto s’impongono due costanti: l’avventura dell’intelligenza, che cerca di mettere ordine nel disordine della realtà, e il cuore dell’uomo, “come luogo della scelta davanti agli incroci della realtà”.
Il saggio di Veneziano costituisce un’ulteriore, preziosa occasione per rivisitare i personaggi e i temi del capolavoro manzoniano. Va riconosciuto all’autore il merito di fornire spunti e rilievi non scontati: il rischio, al riguardo c’è, considerando l’imponente mole di studi dedicati ai “Promessi sposi”, e incorrere, in questi casi, nel trito e ritrito rappresenta una subdola insidia. Riguardo alla figura di don Abbondio viene opportunamente richiamato il penetrante giudizio di Pirandello, probabilmente ignoto ai più, che nel saggio “L’umorismo” scrive: “Dove sta il sentimento del poeta? Nel disprezzo o nel compatimento per don Abbondio? Il Manzoni ha un ideale astratto, nobilissimo della missione del sacerdote su la terra, e incarna questo ideale in Federigo Borromeo. Ma ecco la riflessione, frutto della disposizione umoristica, suggerire al poeta che questo ideale astratto soltanto per una rarissima eccezione può incarnarsi e che le debolezze umane sono pur tante”. Se Manzoni avesse ascoltato solamente la voce di quell’ideale astratto, avrebbe rappresentato don Abbondio in modo che “tutti – sottolinea lo scrittore di Girgenti – avrebbero dovuto provare per lui odio e disprezzo, ma egli ascolta entro di sé anche la voce delle debolezze umane”.
E’ vigile e costante, in questo saggio, la presenza del “cuore”. In conformità al suo assunto, l’autore cita, dai “Promessi sposi”, passaggi strategici e nevralgici. Come quello in cui Manzoni, nel descrivere Renzo “un giovine pacifico e alieno dal sangue”, nonché “nemico di ogni insidia”, al contempo evidenzia che dopo l’angheria inflittagli da don Rodrigo che si è frapposto al suo matrimonio con Lucia, Renzo medita di ucciderlo, più e più volte. Scrive Manzoni: “Il suo cuore non batteva che per l’omicidio”. Renzo poi si risveglierà da quel “sogno di sangue” con un sentimento di gioia, perché “non aveva fatto altro che immaginare”.
Il libro mostra anche un tocco di originalità nell’avanzare, con discrezione, riserve riguardo alla consolidata lezione critica che definisce i “Promessi sposi” il romanzo, per eccellenza, della Provvidenza. “Il tema della Provvidenza – afferma l’autore – è anche strettamente legato a quello della teodicea, vale a dire alla ricerca dell’ultima razionalità e bontà volute da Dio, pur attraverso i marosi di una storia così violenta e caotica, tanto da far perdere a volte la speranza di un disegno buono”. Su questo tema Veneziano si dichiara d’accordo con il critico Ezio Raimondi secondo cui diventa “azzardata” per i “Promessi sposi” la formula “cattivante” di romanzo della Provvidenza. Sarebbe più prudente parlare di “romanzo della speranza e della ricerca della giustizia nella libertà paziente del cuore”, dentro il turbine della guerra, della carestia, della peste, in un universo di segni non enigmatici che sinistri. In questo fluido scenario costantemente torreggia il “guazzabuglio” del cuore dell’uomo: da un lato è efficacemente curato dalla Grazia, dall’altro è sempre suscettibile della ricaduta nel peccato. E’ per questa ragione, sottolinea Veneziano, che diventa necessaria “l’epifania di un’anteriorità positiva rispetto ai guasti del mondo”.
