Pensavano di diventare gli eroi della patria, la Germania, lasciando i banchi di scuola per andare in trincea a combattere il nemico. Pensavano, in conformità ai dettami del loro mentore, Kantorek, di incarnare l’ideale di un potere fondato sulla forza e sulla supremazia. In cambio, avrebbero conquistato onore e gloria. Nulla di più lontano dal vero. Nemmeno ventenni, sette ragazzi, protagonisti di “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (1928) di Erich Maria Remarque – romanzo ambientato durante la prima guerra mondiale – cadranno ad uno ad uno, in uno sconvolgente scenario di morte e distruzione. Il loro sacrificio risulta tanto più penoso e sconcertante perché offerto all’altare di una infida e sgusciante ragion di Stato che non si fa scrupoli di profanare la dignità della persona trasformandola in “carne da macello”.
Ogni pagina del romanzo, crudo nella sua essenzialità, sembra percorsa da numerosi perché, tanto più inquietanti quanto più evasive si configurano le risposte. Questi perché confluiscono in un solo grande interrogativo: perché la guerra? Del peso, tremendo, di questa domanda si fa carico anzitutto il protagonista principale, Paul Baumer, scrittore dilettante, che si arruola nell’esercito tedesco per combattere la Grande Guerra che brucerà ogni sua tensione all’armonia di pensieri e sentimenti. Come per tragica ironia, morirà poco prima della fine della guerra, quando ormai è agli sgoccioli l’impegno bellico dei tedeschi. Non c’è momento, nell’opera, che non sia segnato dall’accigliata ombra della morte. Eppure Paul cadrà (nell’ottobre 1919) in una giornata “così calma e silenziosa” su tutto il fronte, al punto che il bollettino del Comando Supremo si limitava a scr4ivere, con fredda banalità: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”.
Dopo tanto tumulto, un idillio si apre un varco. Paul, infatti, giaceva sulla terra come se dormisse. E quando lo voltarono “si vide che non doveva aver sofferto a lungo”. Il suo volto aveva un’espressione “così serena, quasi che fosse contento di finire così”.
Nell’esergo del libro Remarque dichiara che il suo non vuole essere “un atto di accusa”. In questa negazione, in realtà, vibra la potente denuncia della follia della guerra, dotata della perversa capacità di “uccidere” anche chi ad essa è sopravvissuto. E’ devastante il trauma sofferto da quanti sono riusciti a tornare a casa: sono stati testimoni di troppi orrori. In questo scenario – con giovani mutilati, nel corpo e nello spirito – spicca una luce. Ad accenderla è lo spirito di amicizia, forgiato dai rigori della trincea. Tra i giovani protagonisti del romanzo si sviluppa un commovente cameratismo, innervato di un senso di solidarietà quale antidoto all’odio e alla violenza. Come pure c’è spazio per il fiorire di sentimenti alti. Prima di morire, Paul esprime l’intenzione di bandire “malinconia e smarrimento”. Forse svaniranno da sé quando lui si ritroverà sotto “i suoi pioppi” e ascolterà il mormorio del loro fogliame.
“Non può essere del tutto scomparsa – afferma Paul – quella tenerezza che ci turbava il sangue”, e non possono essersi dileguati “i mille volti dell’avvenire, la melodia dei sogni e dei libri”. Tale universo non può essere incenerito dal tambureggiante fuoco delle armi.
