Succede, non di rado, di riscontrare nell’arte similitudini e affinità tra i diversi quadri anche quando a separarli intervengono lunghi anni, durante i quali possono essersi verificati significativi cambiamenti nel linguaggio pittorico, nella prospettiva compositiva e nel gusto. Eloquente, in merito, è il parallelismo che è dato di contemplare tra il “Giuramento degli Orazi” di Jacques-Louis David e il “Massacro di Corea” di Pablo Picasso: la prima tela è del 1784, la seconda del 1950. Eppure tra le due opere sono ravvisabili punti di contatto. Sono quadri che anzitutto condividono l’ispirazione civile. Il gruppo di guerrieri arcaici e moderni insieme, rappresentati con un fascio di mitra a canne ramificate, ricorda le tre figure di David che giurano, in postura analoga, sulle spade tenute strette fra le mani del padre. Poi il colore, nella tela di Picasso, di un freddo grigio-verde che conferisce rilievo alla già spiccata definizione del disegno, fa subito pensare all’opera di David.
Come osservava il critico d’arte Mario De Micheli, è stato intenzionale in Picasso sottolineare la continuità, richiamandosi alla narrativa pittorica di David, di una cultura figurativa di impegno rivoluzionario. Va rilevato, comunque, che non è solo di Picasso, tra i contemporanei, una simile preoccupazione. Aderisce a questa temperie l’”Omaggio a David: gli Svaghi” dipinto da Fernand Léger fra il 1944 e il 1949. A differenza di Picasso, Léger (pittore, scultore e decoratore francese) ha più volte voluto teorizzare, sul piano concettuale, la sua inclinazione per l’artista neoclassico. “Ho amato David – scrive – perché è anti-impressionista. Egli ha realizzato il massimo di ciò che si poteva tirar fuori dall’imitazione, ed è per questo motivo che nei suoi quadri l’atmosfera del Rinascimento manca completamente. Io sento David. soprattutto quando dipinge i suoi ritratti, assai più vicino a me di Michelangelo. Amo la secchezza che c’è nell’opera di David e anche in quella di Ingres”.
E’ con David che nasce la coscienza politica dell’artista. Egli ha raccolto il neoclassicismo sul finire del Settecento, e ne ha prolungato la vita. Al contempo, tuttavia, che il suo neoclassicismo – come evidenziava De Micheli – si caricò di “una sostanza ben nuova e attiva, che ne informò il linguaggio di una straordinaria energia”. Nel saggio “Letteratura drammatica e la pittura in Francia” (1905), il critico d’arte Georgij Plechanov, esortava gli esuli russi di Parigi a salire le scale del Louvre per andare a inginocchiarsi davanti alle tele di David, al “Giuramento” e al “Bruto” in particolare. Riguardo a quest’ultima opera, il critico scrisse: “I littori portano i corpi dei suoi figli, giustiziati per aver partecipato ad un complotto monarchico; la moglie e la figlia di Bruto piangono, ma lui se ne sta seduto, severo e incrollabile, e voi vedete che per quest’uomo il bene della Repubblica è veramente la legge suprema. Anche Bruto è un ‘padre di famiglia’. Ma è un padre di famiglia che è diventato un cittadino. A sua virtù è la virtù politica del rivoluzionario.
Questa incisiva valutazione consente di ribadire il concetto che il neoclassicismo di David non ha nulla di frigido e di accademico. Al contrario, la sua arte è dominata da una vibrante tensione spirituale ed il suo stile rivela una natura illuminista, sgorgando da una poetica della ragione, la quale rappresenta ordine e verità. Il suo è un illuminismo acceso dalla passione rivoluzionaria: questo sentire gli ha permesso di trasferire, senza urti o ripensamenti, la sua visione neoclassica nella palpitante e turbolenta attualità della storia.
