Pareri opposti. Gauguin si disse molto soddisfatto del dipinto (1889) “La belle Angèle”. “Mai un ritratto era riuscito così bene come questo” dichiarò l’artista francese. Dal canto suo, la protagonista del quadro, Angèle Satre (moglie di un notabile di Pont-Aven) rimandò, sdegnata, la composizione al mittente, accusandolo di averla raffigurata imbruttita. “Nel vedere il quadro mi sento ridicolizzata” affermò. Gauguin era fiero della sua opera perché pensava di aver saputo cogliere i tratti distintivi della cultura bretone, nella tela rappresentata dal costume tradizionale, dalla particolare acconciatura esibita dalla donna, dalla croce legata al suo collo, nonché dall’espressione ingenua del soggetto, in cui si specchia “uno splendore primitivo”. Una dimensione, questa, accentuata dall’accostamento tra la modella e la ceramica “barbara” di ispirazione peruviana che ne costituisce una sorta di enigmatico “doppio”. Due anni dopo, il dipinto, di cui celebrò le lodi, venne acquistato da Degas. La tela si presenta come un’icona. La figura, a mezzo busto, è delimitata da una cornice tonda, incompleta per via del calcolato decentramento dell’immagine, secondo un procedimento giapponese. Anche l’iscrizione, i fiori sparsi sul fondo, l’assenza di legame tra figura e fondo, rimandano ad un’influenza delle stampe giapponesi. Il quadro è debitore de “La Berceuse” (188-1889) di Vincent van Gogh per varie ragioni, tra cui il titolo scritto sul dipinto, la divisione dello sfondo in due parti, il carattere imponente della figura immobile (dai contorni marcati) e le grandi mani giunte.
