Ha sperimentato un’acre ostilità presso i suoi contemporanei e non ha riscosso giustizia dai posteri, Joseph Fouché, politico acuto e sagace diplomatico, protagonista della vita pubblica della Francia a partire dalla Rivoluzione francese. Ricoprì numerosi ruoli di prestigio, tra i quali spicca quello di ministro della polizia generale del Direttorio della Prima Repubblica. Fu acceso fautore della repressione anti-monarchica durante il Terrore.
“Napoleone a Sant’Elena, Robespierre con i giacobini, Talleyrand nelle sue memorie – sottolinea in un saggio a lui dedicato lo scrittore austriaco naturalizzato britannico Stefan Zweig -, come pure tutti gli storici francesi, siano esseri realisti, repubblicani o bonapartisti, corrono nella bile appena vergano il suo nome”. Sommamente dispregiativi sono gli epiteti coniati: da traditore nato, a patetico intrallazzatore, da bieco immoralista a disertore di professione. La storia ha finito per relegare Fouché in ultima fila, pur essendo egli, a suo modo, un genio – certo spietato a volte, e senza scrupoli – della strategia politica. “Fu l’unico che riuscì – nel segno di un vorace pragmatismo – a sconfiggere Napoleone e Robespierre in un serrato e logorante duello psicologico” evidenzia Zweig.
Ma nella storia, che l’aveva marginalizzato, Fouché è comunque entrato, non fosse altro che per la celeberrima frase da lui pronunciata, con tutto il peso di una inesorabile sentenza, riguardo alla fucilazione del duca d’Enghien – accusato ingiustamente da Talleyrand di alto tradimento – e rivolta a Napoleone, reo di aver commesso “una cosa più grave, molto più grave, di un crimine: un errore”.
Solo un uomo – osserva Zweig – ha saputo comprendere la singolare grandezza di Fouché, ovvero Balzac, il quale “guardava non solo alla vetrina dei tempi, ma anche dietro le quinte”. Balzac definì Fouché “il personaggio psicologicamente più interessante del suo secolo”. Abituato a considerare tutte le passioni, sia quelle eroiche che quelle basse, senza mai distinguere tra morale e immorale, ma misurando sempre solo il valore della volontà della persona e l’intensità della sua passione, lo scrittore ha sottratto all’ombra del ridimensionamento e del forzato oblio uno degli uomini più vilipesi della Rivoluzione francese e del periodo imperiale.
Nel definirlo “la testa più forte” che avesse mai conosciuto, Balzac sottolineava che Fouché, “dal viso pallido” (come il Cassio di Shakespeare), rappresentava una di quelle figure che “rimangono impenetrabili al momento della loro azione e possono essere comprese solo dopo”.
