Fino a qualche tempo fa il ventaglio viveva in sordina: tendenzialmente agitato, a mo’ di solfeggio, dalle signore, nei più svariati contesti, dai salotti alla metropolitana. Il surriscaldamento del pianeta ha impresso una svolta, elevandolo allo status di “patrimonio” (agognato) di tutti. Oggetto prettamente muliebre, ha varcato il Rubicone, e adesso sono tanti gli uomini (anziani e giovani) a usarlo per goderne gli immediati benefici: è invalso ormai l’uso, da parte dei ragazzi, di portarlo addirittura in discoteca, coniugando dimensione estetica ed istanza pragmatica. L’aria condizionata – sotto la dittatura dell’afa – continua ovviamente a rappresentare il riferimento principale, ma il ventaglio, con lenta e incisiva gradualità, ne sta efficacemente coadiuvando le prestazioni.
A Wimbledon, più che in altri campi di tennis del mondo, vige la regola aurea dell’immobilità statuaria degli spettatori mentre è in corso il gioco. Nel torneo del 2026 è stata fatta un’eccezione: tale era la calura che gran parte del pubblico ha potuto fare uso, frenetico, del ventaglio, tanto da corredare le gremite tribune di un inedito e ammaliante sfarfallio, a dispetto della prescritta quiete di moti e di gesti.
Tuttavia il ventaglio non è collegato solo alla dimensione del caldo: una più ampia gamma di eccezioni lo caratterizza, come testimoniato dalla repubblica delle lettere.
In questo scenario, infatti, il suo ruolo di mero accessorio in funzione del clima viene sublimato, cosicché esso finisce per diventare simbolo di classe sociale, strumento di seduzione fra teatralità ed eleganza, nonché elemento scatenante di intrighi e malintesi. Nella commedia (1765) di Carlo Goldono intitolata “Il ventaglio”, esso recita la parte del protagonista, poiché – dono d’amore tra Evaristo e Candida – passerà di mano e in mano generando a ritmo incalzante pettegolezzi e gelosie. A Goldoni è sufficiente la sapiente gestione di un ventaglio per farsi beffe degli ombrosi umori e delle bislacche manie della sua epoca.
E mentre non c’è salotto aristocratico, nella “Commedia umana” di Balzac, che non sia vertiginosamente percorso dal brioso movimento dei ventagli (ogni dama che si rispetti ne sfoggia uno), e non c’è romanzo di Jane Austen in cui il ventaglio non partecipi, in filigrana, ai serrati dialoghi tra i protagonisti, ritmando le battute e rimarcando le pause, Oscar Wilde ad esso conferisce il solenne compito di costituire il baluardo – ne “Il ventaglio di Lady Windermere” (1892) – a difesa dell’onore femminile e della reputazione borghese: un compito assolto in un gioco di apparenze e di segreti, durante il quale il ventaglio appare e scompare.
E il ventaglio non poteva certo mancare nel campo dell’arte. Spicca, al riguardo, il quadro di Edouard Manet “Signora con ventagli” (1873), che ritrae un’amica del pittore distesa sul divano e avvolta in un abito di stoffa nera. La donna ha un’espressione malinconica e cogitabonda, all’interno di uno scenario chiuso, dall’accento claustrofobico. Almeno in questo caso, il ventaglio sembra non sortire refrigerio o sollievo.
