Un’attenzione particolare è riservata da Friedrich Nietzsche alla retorica. In un corso universitario tenuto nell’inverno del 1872, il filosofo e filologo tedesco esprime riguardo ad essa un giudizio già consolidato da oltre un secolo e mezzo, ma al contempo propone una nuova strada. “Lo sviluppo straordinario della retorica costituisce una delle differenze specifiche tra antichi e moderni – afferma – . Nei tempi moderni questa arte è l’oggetto di un disprezzo generale, e quando noi moderni ne facciamo uso il meglio che se ne possa fare non è altro che dilettantismo ed empirismo grossolano”.
Di regola il sentimento per il vero in sé è molto più sviluppato, ma la retorica ha radici in un popolo – rileva – che viveva ancora in immagini mitiche, e che non conosceva il bisogno assoluto della fede storica. Un popolo che “preferiva essere persuaso che non essere educato”. Nel tentativo di aprire nuovi sentieri, Nietzsche giunge a definire la forza della parola come una sorta di “energia nervosa”.
Due erano le vie che il filosofo poneva insieme, osserva il critico Ezio Raimondi. Da un lato, la retorica degli antichi, legata ad una precisa società, ovvero la società repubblicana; dall’altro, una possibilità che sopravvive agli antichi, l’idea della parola, e dunque della retorica, come segno di un potere. “Nietzsche – dichiara Raimondi – cominciava così a scoprire che, forse, la natura del linguaggio è eminentemente retorica proprio perché non vive di verità assoluta, ma di assenza di verità, essendo le immagini, le metafore, i modi e le forme di espressione non lo specchio della realtà, ma una sua trasfigurazione”. In questo modo Nietzsche criticava l’oggettivismo della scienza tardo-ottocentesca portandone alla luce “gli impulsi soggettivi nascosti”. E il linguaggio non era più soltanto il luogo della grammatica, ma diventava anche spazio retorico.
Nietzsche aveva intuito – sottolinea Raimondi – che la retorica è una “invenzione” dei sofisti. Essa si propone come una problematica del linguaggio che mette in discussione le verità semplici della filosofia. Da sofisti emergerà Platone, che distingue – in nome del vero e della sua affermazione – tra buona e cattiva retorica. Dopo Platone, Aristotele intenderà dare un’interpretazione più equa e più ampia della retorica all’interno di una costruzione sistematica dell’uomo: una costruzione in cui retorica, logica, etica e politica sono intimamente congiunte, pur rappresentando segmenti e frammenti diversi dell’essere umano.
