Sperticato è l’elogio di Georges Bizet tessuto da Friedrich Nietzsche. “Ho assistito ieri per la ventesima volta alla rappresentazione della ‘Carmen’ – scrive il filosofo tedesco in una missiva del maggio 1888 -. Ancora una volta ho perseverato fino alla fine in un dolce raccoglimento. Ancora una volta non sono fuggito”. Il compositore e pianista francese aveva sortito su Nietzsche – a detta dello stesso filosofo – un effetto sorprendente, perché resistere per l’intera durata di un’opera musicale (e teatrale) costituiva sempre una “sfida”, e anche un “tormento”.
“Questa vittoria sulla mia impazienza mi stupisce” rimarca Nietzsche, in riferimento alla sua ennesima presenza all’esecuzione della “Carmen”. Del resto, a sentirla e a risentirla si diventa “un capolavoro”, dichiara. Ogni volta che ha seguito quest’opera, gli è sembrato di essere “più filosofo”, miglior pensatore che nei tempi ordinari. E poi, con un guizzo ironico, osserva: “Restar seduto cinque ore, prima tappa verso la santità”.
Le lodi rivolte al musicista risultano ancor più significative perché formulate da un filosofo eminentemente insofferente, e oltremodo suscettibile. Così infatti sentenzia: “L’orchestrazione di Bizet è la sola che io tolleri ancora”. La sua musica “avanza con un incedere leggero e agile”, e poi – merito ragguardevole – “non mette in sudore”: essa è amabile e non stressa i nervi. Nietzsche dice quindi di invidiare Bizet per il coraggio che ha di manifestare una peculiare sensibilità che finora non aveva trovato espressione nella musica dell’Europa “incivilita”. Si tratta di una sensibilità “infuocata e ardente”, cui si lega una malinconia che giunge a soddisfare “i nostri desideri insoddisfatti”.
Nella stessa missiva, il filosofo depone il serto dell’elogio e brandisce l’arma della critica, puntandola contro Wagner, da lui negli anni passati lodato per aver fatto rinascere l’arte tragica in Europa, incarnando esemplarmente lo spirito dionisiaco. Ora, si sarebbe tentati di dire, la musica è cambiata, e Nietzsche contesta al compositore tedesco una deriva decadente. Nelle sue note ravvisa “una grande stanchezza”, quasi “una volontà di morte”. Un tempo, rammenta il filosofo, Wagner era diventato per lui una “malattia, tale era l’attrazione per la sua musica potente e struggente. Ora da essa, proclama Nietzsche, “sono finalmente guarito”. Ma nel momento in cui arriva a definirlo persino “nocivo”, ammette al contempo – nel segno di un’accattivante dialettica venata di retorica – che Wagner è “indispensabile”.
