Con la sua firma riuscì a salvare più di seimila ebrei, dai quali ora si calcolano più di quarantamila discendenti. Mentre lavorava, in qualità di viceconsole per l’impero giapponese, al consolato di Kaunas, in Lituania, il diplomatico Chiune Sugihara vidimò – rischiando non solo la carriera ma la vita – i visti di transito per quanti erano perseguitati e cercavano la libertà. Gli ebrei in fuga erano rifugiati provenienti dalla Polonia occidentale, occupata dalla Germania, o dalla Polonia orientale, sotto il tallone dell’Unione Sovietica, e residenti della Lituania. Per tutti i rifugiati Sugihara era Sempo, ovvero la lettura sino giapponese dei caratteri del suo nome: in questo modo era più facile pronunciarlo. Quando le sue imprese, alla fine della seconda guerra mondiale, cominciarono a trapelare, non solo le istituzioni ma anche i mezzi di informazione non dettero il dovuto risalto ai grandi meriti del diplomatico giapponese. Ma ci fu chi, sempre riconoscente, non aveva dimenticato.
“Finalmente ti ho trovato” disse l’ebreo polacco Yoshua Nishri a Sugihara nel 1968, dopo averlo incontrato per la seconda volta. Nishri aveva fatto in modo di essere assunto come attaché economico dell’ambasciata israeliana in Giappone soltanto per poter ritrovare colui che, trent’anni prima, gli aveva salvato la vita. In tasca Nishri aveva ancora il visto di immigrazione firmato dal diplomatico. Non se ne sarebbe mai staccato.
Dopo quell’incontro, le gesta di Sugihara – grazie a Nishri che le aveva divulgate con tutti i necessari dettagli – cominciarono ad essere considerate e apprezzate nella giusta luce. E così Sugihara finì per essere soprannominato lo “Schindler giapponese”. Nel 1985 l’Ente israeliano per la memoria della Shoah lo insignì del riconoscimento di Giusto tra le Nazioni: è l’unico giapponese ad avere il suo nome inciso nel Giardino dei Giusti del museo Yad Vashem di Gerusalemme.
Il governo giapponese, a quel tempo, richiedeva che i visti fossero consegnati solo a coloro che avevano completato le procedure di immigrazione e disponevano di denaro sufficiente a coprire le spese di viaggio e di soggiorno. Tuttavia la maggior parte dei profughi non rientrava in questi criteri. Essendo al corrente della situazione, il diplomatico richiese per tre volte l’autorizzazione per rilasciare i visti anche ai profughi il cui status non era conforme al protocollo. Il ministero degli Affari esteri nipponico, tuttavia, respinse la richiesta e, nel contempo, gli ordinò di osservare con il massimo scrupolo le indicazioni impartite. Ma Sugihara, pur avendo un alto senso dell’obbedienza, fece la sua scelta: decise di distribuire da solo (non volendo coinvolgere altre persone in un’impresa delicatissima) i visti di passaggio anche a coloro che non avevano i requisiti necessari.
Nel 1977 Sugihara (che morì nel 1986) rilasciò un’intervista. Al giornalista che gli aveva chiesto perché si era lanciato in una missione ad altissimo rischio, aveva risposto con semplicità e disarmante umiltà: “Dissi al ministro degli Affari esteri che si trattava di una questione di umanità. Non mi importava affatto di perdere il mio lavoro, per quanto fosse importante. Chiunque al posto mio avrebbe fatto lo stesso”. Allora Sugihara era sposato e aveva figli. La moglie, Yukiko, pur condividendo lo slancio umanitario del consorte, gli aveva fatto notare che la sua azione avrebbe potuto mettere a repentaglio l’incolumità dell’intera famiglia. Il diplomatico fu irremovibile: avrebbe vissuto il resto della vita divorato dal rimorso se avesse poi saputo che erano morte le persone che avrebbe potuto salvare.
