Insieme con “Rubè” di Giuseppe Antonio Borgese, “L’uomo nel labirinto” di Corrado Alvaro costituisce una prima, significativa rappresentazione di quella crisi postbellica che stava acquistando un ruolo preminente nella narrativa europea e che, in Italia, avrebbe trovato in Alberto Moravia il suo più eminente ritrattista. Protagonista assoluto del romanzo è Sebastiano Babel: attorno a lui ruotano gli altri personaggi, le loro movenze e i loro destini. L’opera non ha una trama nel senso convenzionale del termine – rileva il critico Armando Balduino – perché sul consueto sviluppo degli avvenimenti prevale con soverchiante autorità l’intricata matassa dei sentimenti di Babel: il nome non deriva da una scelta casuale, avendo uno scoperto valore allusivo in quanto “babele” sta a indicare il groviglio di pulsioni e tensioni che lo attanagliano.
Babel non ha una posizione sociale ben definita. E’ un inventore fallito, incapace di indirizzare la propria vita verso fini plausibili e produttivi, con un’esasperata sensibilità riecheggiante quella dello sveviano Emilio Brentani. Al contempo, la sua figura richiama l’evoluzione, o meglio, l’involuzione, del personaggio classico dannunziano, che comincia da eroe e finisce da antieroe.
La vita interiore di Babel si fa anche più macerata quando la moglie Anna, moribonda e in delirio, confessa confusamente di essere stata innamorata di un altro uomo, Ruggero, pur senza aver mai compiuto nessun atto di tradimento. Questa rivelazione diventa allora l’incubo di Babel che, dopo la morte della consorte, trascorrerà le sue vuote giornate cercando in tutte le donne che può avvicinare la presenza di Anna. Diviso sempre ira e rimorso, tra slanci sinceri e patetici ripiegamenti, tra ansia d’amore e bisogno di chiudersi nella solitudine, Babel è destinato al fallimento.
L’ultima scena, dallo spiccato valore simbolico, lo sorprende tra le rovine di un vecchio palazzo del suo paese, mentre declama a sé stesso le lettere d’amore che, pur senza amarla, ha cominciato a scrivere a May, l’amante da cui è stato abbandonato. La vicenda di Babel – sottolinea Balduino – non ha una vera conclusione poiché egli non è ancora uscito dal “labirinto” dei sentimenti a cui lo condanna la sua stessa mania di autointrospezione. L’affiorare di un certo gusto per il macabro, il grottesco, lo stravagante, come pure il contrapporsi di sublimità metafisiche e di reiterati abbandoni alla carne, la sfibrante attenzione alle minime vibrazioni del sentimento e alle tortuosità della psiche, sono elementi che legano saldamente l’opera alvariana alla letteratura del decadentismo.
Si riscontrano, al contempo, ascendenze proustiane riguardo alle descrizioni minuziose, alle meditazioni frammentarie. E se anche la prevalenza della tecnica del monologo interiore sta a indicare una notevole apertura in senso europeo, nel romanzo la prosa non riesce a liberarsi del dorato magma del dannunzianesimo. Alvaro infatti interrompe di frequente la narrazione per praticare virtuosistici esercizi descrittivi. Di conseguenza, un difetto dell’opera sta proprio nell’impiego di livelli stilistici e di mezzi espressivi troppo numerosi e disparati che non riescono, di volta in volta, a trovare la loro ragione d’essere nei mutamenti e nelle contraddizioni del protagonista.
