E’ un elogio delle donne commosso e commovente quello tessuto da Corrado Alvaro nel libro di saggi “Il nostro tempo e la speranza” (1952). Entro gli augusti confini della prosa d’arte, lo scrittore calabrese elabora un linguaggio elegante e calibrato – senza mai cedere alla lusinga di arabeschi estetizzanti – in virtù del quale celebra il valore del fondamentale ruolo svolto, a beneficio della società, dalla figura femminile. Una prosa d’arte che si carica di una dimensione edificante perché, contrariamente ad una tradizione letteraria che la vuole inserita in un contesto puramente accademico, essa mira, nel caso di Alvaro, a radicarsi nella realtà fattuale e ad ancorarsi al groviglio dei problemi dell’ordinaria quotidianità. Da questa impostazione deriva la forza di una robusta istanza etica e di un saldo impegno civile.
“La prima fatica che vediamo nella vita è quella delle donne – scrive -. Cresciamo accompagnati da essa, ma raramente la misuriamo. La fatica interminabile della donna attorno a noi, della madre e poi della moglie è una fatica che non lascia traccia, che ricomincia sempre daccapo, perché noi uomini siamo come i muratori che lavorano a costruire e che costruendo sciupano e sporcano. Le donne ne conoscono tutto il peso, con l’angoscia che della loro continuamente cancellata fatica non resti niente”.
Niente resta, certo, ma è la vita che si accende e brilla tutte le mattine e rende ordinato e terso il mondo “perché noi sappiamo guadagnarlo e custodirlo”. La donna pensa che poco rimarrà della “casa quieta” la quale, in ogni angolo, brilla di riconoscenza e di fede. Ella pensa che quanto costruisce l’uomo, gli edifici, i monumenti, le opere d’arte sfidino il tempo. Ma per quanto? Un poco più tardi, il tempo cancellerà anche tutto questo, ovvero quando “un secolo passato avrà avuto il valore di un giorno”: tuttavia, si riprodurrà sempre “quel momento di gioia e di fiducia nella vita che ispira il lavoro deperibile della donna”.
Vi sono donne che hanno una fatica ben più dura, sono le donne del popolo in genere, del popolo meridionale in particolare: “sono le donne che portano pesi”. Ci si domanderà quale possa essere il riserbo, la grazia, la dignità e la maestà della donna sotto un carico di cinquanta, cento chili sulla testa, un sacco di farina, una balla di carbone, un fascio di legna, e con il viso grondante di sudore che “le mani occupate a equilibrare il carico non possono asciugare”. Significativamente si eleva il tono dell’elogio quando Alvaro afferma: “Ho veduto uomini sotto gli stessi pesi come sotto una dannazione, mentre non ho mai veduto in una donna sotto l’inumano fardello un’espressione diversa dalla fedeltà alla fatica”.
Spesso, come a chiudere in un estremo pudore anche la bocca trafelata, le donne stringono tra i denti la cocca del fazzoletto con cui si coprono la testa. Anche in questo atteggiamento “esse portano una impenetrabilità, un segreto, una intimità ed un esclusività”. Questo lavoro mette in risalto, come nessun altro, “la struttura del corpo, i fianchi, la schiena, le braccia, il passo del piede scalzo che indovina – come se avesse gli occhi – gli inciampi, i ciottoli, le spine”.
L’impressione di queste donne di fatica è di un gineceo in cui tutto è grazia. In questo gineceo è la stessa fragilità, una fragilità di stampo trascendente, a regnare sovrana e a vincere la pena. E quando la fatica è meno grave, esse arrivano a cantare in coro: raramente sono canti di dolore. Sono invece melodie che inneggiano alla vita non sciupata, alla bellezza dei fiori intatti, alle sorgenti incontaminate, come pure ai primi sguardi e ai primi palpiti.
