Risuona come un inno di lode il prologo del romanzo di Riccardo Bacchelli “Il mulino del Po”. Un inno il cui spartito ha anche una nota di denuncia. Vicino al fiume di mulini se ne contano sulle dita e ogni anno, per giunta, “scemano”. Per scoprirli bisogna andare apposta a cercarli. “Tanto pochi – osserva lo scrittore bolognese – nella vastità molle e potente del fiume serpeggiante, li nascondono o li lasciano appena intravedere, qua un gomito, là un ciglio d’argine, altrove un lembo di golena boscosa, o le svolte della strada rivierasca”.
I mulini sono scuri e frusti, e con l’aspetto cadente – lamenta Bacchelli – illustrano la disposizione del Genio civile che ha segnato il destino di questi ultimi superstiti alla concorrenza della moderna industria molitoria. L’esercizio dei mulini natanti è concesso fino a consumazione. Intesa a tutelare i fondi e gli argini da danni e dai pericoli del risucchio da essi prodotto, la disposizione è annosa. La concorrenza è vecchia, se non antica: “son pur lenti e duri a consumarsi i superstiti!”.
Questi mulini hanno il merito di sostenere l’onore dei valorosi calafati fluviali, la nobiltà del lavoro fatto bene. Di fronte a chi? Ai pochi mugnai che, interrogati sull’età del mulino, rispondono che esso fu fatto fare dal nonno o dal padre “anni fa”. Essi ricordano con rispetto i bravi calafati, dalle cui mani il mulino “usciva compiuto in ogni sua parte, e nautica e molitoria, scafi e palmenti, a sfidare il secolo”. Appaiono “svagati” gli occhi dei viandanti ignari, dinanzi ai quali si pongono i mulini; non sono affatto ignari, anzi sono “attenti”, gli occhi dello scrittore che, nei riguardi dei mulini, ha sempre avuto un pensiero “commosso”. E il pensiero, al contempo, si fa triste perché essi stanno invecchiando “con onore” sul fiume. Ad uno ad uno spariscono. Sono gli ultimi.
La gran ruota gira con lo scorrere del fiume, e la sua lenta cadenza diventa alacre nella macina “alata”. Volgendosi fervida, essa “mette negli scafi massicci – rimarca Bacchelli – una lievità vigorosa, un ritmo vitale che si sposa tanto bene con quel vivo e quasi vibrante accennar delle prore degli scafi che prueggiano, come si dice, ancorati nel filo della corrente”. Sotto il piede del mugnaio, il mulino vive, come la nave sotto il piede del marinaio. E si fa accorato il canto dello scrittore quando ricorda che questi da lui descritti sono gli ultimi mulini natanti, “gli ultimi degli ultimi”. In questa loro decrepitezza lo scrittore riconosce il tratto di un’idea poetica, legata alla consapevolezza che presto – quando verranno ad insediarsi mulini nuovi allestiti e supportati con tecniche più sofisticate – si perderà memoria del mulino antico in cui si specchiano un costume, un linguaggio d’arte, un mestiere.
