Tutti i libri di Balzac formano un solo grande libro, “illuminante” e “profondo”, nel quale si specchia la civiltà contemporanea. E’ il lusinghiero giudizio formulato da Hugo che, nel celebrare le virtù letterarie del collega, avanza anche un consiglio: sostituire la “Commedia umana” con la dicitura “Storia umana”. Il termine “commedia” è più riduttivo e meno solenne del termine “storia”, e l’opera dello scrittore francese merita a pieno titolo gli appellativi “augusti ed esornativi”. L’elogio di Hugo si fa vibrante quando afferma che Balzac, nella veste di “storico” della sua epoca, non ha nulla da invidiare a Tacito e a Svetonio, anche perché la sua capacità di osservazione e di registrazione mimetica del dato oggettivo si unisce ad una feconda immaginazione, a beneficio di una rappresentazione esaustiva del mondo.
Molto meno elogiativo è Flaubert che di Balzac riconosce, in fondo, la grandezza, ma diluendola con robuste riserve. Di lui biasima il morboso attaccamento al denaro e la spasmodica ricerca della gloria, piuttosto che della bellezza. Lo definisce un provinciale “fino al midollo”, come testimonia – lamenta Flaubert – il suo debole per Walter Scott, venerato da Balzac come il suo più grande “eroe letterario”.
Tra Hugo e Flaubert s’inserisce il moderato Maupassant, meno entusiasta rispetto al primo, meno severo e più conciliante rispetto al secondo. L’autore di “Bel Ami” rileva che Balzac non è interessato né alla forma, come dimostra il suo stile espositivo spesso sciatto e sfilacciato, né alla sostanza, perché egli “rasenta” il significato delle cose, senza disturbarsi di approfondirlo. Al contempo, tuttavia, Maupassant evidenzia che Balzac ha il dono di un’immaginazione straripante e vulcanica, in virtù della quale la realtà oggettiva viene sublimata: i fatti sono da lui considerati accessori e utilizzati, nell’atto della creazione letteraria, solo in funzione dell’introspezione dell’animo dei personaggi. Quell’”animo”, unico e vero interesse di Balzac, chiosa Maupassant.
E’ acuto, dal canto suo, il giudizio di George Sand, la quale mette in evidenza che Balzac ha raggiunto un risultato di eccellenza riuscendo ad abbracciare la totalità del reale – in modo penetrante e accattivante – attraverso il filtro di una totale finzione. Del resto, ricorda la scrittrice, lo stesso Balzac soleva dire – rivolgendosi parimenti agli estimatori e ai detrattori – che tutto è reale e tutto è finzione. Ci vuole poi il genio – aggiungeva con una punta di legittima immodestia – perché questa fatale combinazione sia riplasmata a regola d’arte, con il suggello dell’ispirazione creativa.
