Solo un poeta dialettale, “nella più ragionevoli delle ipotesi”: non fa sconti a Giovanni Pascoli, con un brusco piglio, Vincenzo Cardarelli. In “Viaggi nel tempo” (raccolta di prose e di liriche) lo scrittore contesta ad una delle figure più note della letteratura italiana una povera ed esangue individualità di linguaggio e di stile metrico. “Da Pascoli – afferma – non ci si può aspettare che qualche ingegnosa particolarità grammaticale”. Un merito, questo, che risulta esiguo qualora si stabilisse un paragone “con i nostri grandi poeti di lingua”, nei quali quello che riveste valore è “la specificazione che la loro intelligenza ha saputo fare dell’elemento linguistico, l’uso delicato e personale che ne hanno fatto, direi quasi il limite che hanno posto al vocabolario, e, come conseguenza naturale di questa scelta, la perfetta necessità e aderenza del ritmo”.
E’ un assioma collaudato che “le forme nei grandi non possono essere mai convenzionali”. Le terzine di Dante, il sonetto di Petrarca, l’endecasillabo e il settenario di Leopardi, il decasillabo e l’ottonario di Manzoni hanno un suono singolare e figurativo che, lamenta Cardarelli, “io ricerco invano nelle terzine, nelle quartine, nei pasticci metrici delle ‘Myricae”. Questa raccolta di poesie – ultimo esempio di lirismo classico prima della stagione delle avanguardie poetiche del Novecento – è molto ammirata. Ma per quale motivo? si chiede Cardarelli.
“L’eccezione che io sollevo – afferma – è esclusivamente formale. Io non arrivo a capire perché le ‘Myricae’ siano state scritte in quel modo, lasciate in quelle attitudini, con tante finzioni e diluizioni di metro, di rima, di soggetto, di interiezioni sentimentali”. E’ una raccolta, quella firmata dal poeta, “vuota di umanità” e “profondamente silenziosa”. Del resto, “Pascoli era un uomo così freddo!” esclama Cardarelli, osservando che come poeta naturalista egli “non ha neppure sfiorato il problema tecnico che si presentava alla sua rudimentale sensibilità”.
Cardarelli ammette che al cospetto della repubblica delle lettere il suo “discorrere da dilettante” potrebbe avere “qualcosa di profano”. Al contempo, tuttavia, lo scrittore non recede dalla convinzione che Pascoli “non fu superiore ai suoi tempi”. Rivolgendosi a coloro che pensano di riconoscere nei versi pascoliani l’arte pura e la lirica suprema, dichiara che “l’abbaglio prende talvolta forme di persuasione quasi incontrastabili e sconfortanti”.
