Una figura un po’ a sé stante. Nel tracciare un profilo di Carlo Linati ne “Ragguagli di Parnaso”, Pietro Pancrazi rileva che lo scrittore acquistò una prima notorietà pubblicando brevi prose nelle riviste di avanguardia, dove convenivano giovani che – pur rappresentando talora tendenze diverse e lontane – avevano in comune carattere di audacia e di novità. Vicino a Govoni, a Palazzeschi, a Soffici, le “prosette” stringate e asciutte di Linati aveva un’aria insieme modesta e pretenziosa, ovvero “l’aria dell’ospite che affida, in casa altrui, il proprio significato ad una presenza insieme corretta e caparbia”.
A vedere le cose dall’esterno, si sarebbe detto – osserva Pancrazi – che Linati nella compagnia, con il suo contegno, rappresentasse la reazione e la protesta. Quanto più gli altri si sforzavano di essere liberi e giocosi, tanto più Linati insisteva nell’essere corretto e preciso, a costo anche di dover sembrare monotono. Gli altri si abbandonavano all’”imprevisto dell’impressionismo”, Linati invece aveva come massima aspirazione diventare il poeta della sintassi, se non addirittura della grammatica.
Gli altri, “spaesati e internazionali per progetto”, si vantavano di ripetere spiriti e modi letterari dell’ultima decadenza francese, mentre lui s’ingegnava “con insistenza modesta e provinciale” di derivare precisione e industriosità di stile da scrittori della scuola lombarda (Rovani, Dossi), con un’aspirazione accorata al maestro di tutti, Manzoni.
Le sue vigili attenzioni erano rivolte soprattutto allo stile, inteso più come “un risultato di scuola” che come “una conquista dello spirito”. Gradualmente Linati “si asciugò di ogni residuo di sensualità” e si applicò con intenso rigore sul paesaggio. In certa prosa “tranquilla e ferma”, rileva Pancrazi, lo scrittore cercò di rendere il senso di piccole naturi lacustri o di pianura. Da principio, aveva eletto la sua terra lombarda a soggetto centrale dei suoi scritti; successivamente, per il gusto di un più risentito contrasto con gli altri scrittori ala costante ricerca di colori più sgargianti e chiassosi, Linati sostituì le sue pianure e i suoi laghi lombardi con l’aria e i cieli ghiacciati che – instancabile viaggiatore – aveva trovato in Irlanda.
Una pianta, una nuvola, uno specchio d’acqua costituivano un repertorio sufficiente per tessere la trama di un’opera: con rada frequenza Linati portava in scena persone o animali. E su quel repertorio torreggia l’ambizione di forgiare, alla maniera di Flaubert, la parola giusta. Gli ultimi decadenti, fino ai futuristi – sottolinea Pancrazi – avevano perso ogni fiducia nel significato, reale e poetico, della parola. Essa, di conseguenza, veniva considerata inadeguata alla funzione di rappresentazione. Si rendeva quindi necessario il ricorso all’immagine quale elemento complementare da unire alla parola per uno scandaglio esaustivo del mondo.
A questa tendenza si oppose Linati nelle cui pagine rivendicò il diritto anche delle parole più fruste e comuni di nutrire il lessico letterario. Sarà compito dello scrittore conferire ad esse quel suono e quella cadenza essenziali per farle apparire, ogni volta, nuove e improvvise.
