Corrado Alvaro narratore nasce come “poeta del segreto”, e tale rimarrà nella cifra morale più autentica della sua opera. Che cosa intende per “segreto” il critico Geno Pampaloni in un suo saggio dedicato allo scrittore calabrese? Esso è mistero della natura, delle cose, degli altri, di sé stessi, come pure è “la permanenza” dell’infanzia insidiata dalla vita adulta che “rivela e corrompe”. Questo segreto percorre l’intera produzione letteraria di Alvaro, da “L’amata alla finestra” a “Gente in Aspromonte”, da “L’uomo è forte” a “L’uomo nel labirinto”.
In quest’opera è esemplare, perché funzionale al consolidamento di tale impostazione narrativa, la figura di Sebastiano Babe, impegnato, fino all’ossessione, a trovare “l’invenzione giusta” capace di rendere più semplice la vita di ogni giorno e addirittura “accessibile a tutti” il lusso. Egli cercava, dunque, il modo per risparmiare la luce elettrica, e aspirava a costruire un apparecchio in grado di scongiurare gli incidenti automobilistici. “La vita è bella” soleva dire, aggiungendo: “Io preferirei magati diventare un mendicante, un cieco, ma voglio vivere”. Per conseguire questo obiettivo, Sebastiano – alla maniera di Marcel Proust – si pone costantemente in ascolto degli oggetti inanimati (solo in apparenza), della realtà esterna in generale, nel tentativo – insieme ambizioso e accorato – di carpire il segreto dell’esistenza”.
“In certi momenti – si legge in un passaggio del romanzo – gli pareva che il mondo gli dicesse i suoi segreti, e, a guardarla come sapeva lui, ogni cosa indifferente stesse sul punto di fargli una rivelazione”. Le forme delle cose contenevano segreti di sviluppo all’infinito, avevano una continuazione ideale, e, addirittura, pareva mantenessero “un aspetto illusorio che nascondesse quello reale”. Certe linee – osserva Alvaro – gli parevano mal riuscite e tracciate dall’operaio o dall’artista per colmare un vuoto, “come parole dette in luogo di altre”. A badar bene, in tutte le cose “c’era una falsificazione, una declamazione, una stanchezza”. Questi “accertamenti” davano a Sebastiano una specie di ubriachezza, “come se fossero le fila di scoperte inaudite”. Allora, a guardare gli uomini e a parlare con loro gli pareva che “uno strato insuperabile” lo respingesse, come se avesse scoperto “il segreto di tutti” e li vedesse vivere inconsci, “e col sottinteso che lui non fosse dei loro”.
Certo è che Sebastiano, nonostante avesse compiuto “tanti sforzi di buona volontà”, non era arrivato a comprendere il segreto della sua vita: la preda era sempre così caparbiamente elusiva da sottrarsi ad ogni accorto tentativo di cattura. “Gli sembrava la vita – scrive Alvaro – un grande giro nel quale egli non fosse riuscito a intromettersi al momento giusto e di essere rimasto uno spettatore. Ed oggi era tardi, tanto che ogni volta che provava a spingersi avanti era rigettato come un sasso scagliato contro una ruota in movimento”.
Nel saggio Pampaloni sottolinea che tra gli scrittori della sua età, Alvaro fu quello che ebbe più travagliata coscienza dei rapporti con il decadentismo. “Era figlio – afferma il critico – di una cultura risorgimentale, illuminata dai bagliori meridionali di utopia”. Avendo intrapreso senza difese il viaggio dai suoi “gelosi paesi di civiltà contadina” verso l’inquieta Europa moderna, si trovò ad essere alla mercé del fascino di “tutti i miti dello spatriamento e della nostalgia”. Riconoscendosi, dunque, senza difese, Alvaro pensava di attingere protezione in quel “segreto della vita” concepito come garanzia contro l’imperante crisi di valori e come baluardo da opporre alla deriva di istinti, pensieri e ideologie.
Intelligenza e animo erano in lui quelli di un poeta civile: di conseguenza, decadentismo in letteratura e decadenza della società gli apparivano aspetti di una sola realtà. Per contro, la sua arte non poteva esimersi dal pagare un tributo alle seduzioni “più ambigue e sibilline” della vita. Vibrante era in Alvaro la passione per la storia, per il concatenarsi dei giudizi e delle analogie che illuminano il moto della civiltà. Eppure – evidenzia Pampaloni – la sua narrativa nasce nel punto in cui il giudizio si annebbia e precipita verso le oscure regioni del rimorso, e si sviluppa come regressione all’adolescenza, quando l’emozione del vivere confonde in una vertigine i contorni della realtà”.
Il realismo non gli bastava. Così infatti sentenziava: “Non è possibile scrivere realisticamente. Bisogna scrivere qualche cosa di più della realtà”. E’ in questo sussulto, è in questa urgenza, forse, il vero e agognato segreto della vita.
