Nacque come un moto di ribellione al magistero delle idee scientifiche il romanticismo. Idee che si richiamavano ad una fredda logica meccanicistica la quale bandiva, dall’ambito del ragionamento e dell’indagine conoscitiva, la dimensione affettiva e sentimentale. Il diciassettesimo e il diciottesimo secolo rappresentarono, in Europa, la temperie storica in cui si affermò una ridda di teorie matematiche e fisiche. Di conseguenza, sulla letteratura, quella cosiddetta del “periodo classico”, finirono per esercitare una notevole influenza eccelse figure quali Cartesio e Newton.
I poeti, dunque, come gli astronomi e i matematici, vennero a concepire l’universo come un meccanismo perfettamente regolato, soggetto a ferree leggi deterministiche. Questa concezione fu applicata anche alla visione della società e dell’uomo, la cui natura e interiorità furono analizzate con distacco, senza partecipazione emotiva. Nel segno di una inevitabile sinergia, convogliarono – nell’arena del pensiero – i teoremi scientifici da un alto e, dall’altro, le opere geometriche di Racine e i bilanciati distici di Pope.
A lungo andare, tuttavia, questo ordine meccanico fisso fu sentito, dalla repubblica delle lettere, come un limite severo e soffocante. Gli esponenti del movimento romantico, sempre più insofferenti di fronte a tale claustrofobico scenario, cominciarono a scalpitare, ben consapevoli che l’universo non si riduceva ad un insieme di formule algebriche, ma conteneva molto più mistero e meno razionalità. Irruppero allora sulla scena Blake e Wordsworth, per i quali la campagna non si esauriva nell’istituzionale settore dell’agricoltura, ma veniva acquisendo accenti di pura sensibilità, quando inquadrata con versi che la cantavano sul poetico sfondo di un’alba o di un tramonto.
E mentre Wordsworth esaltava la spiritualità individuale, Byron celebrava la volontà individuale, entrambi adottando forme espressive nuove, ovvero più duttili e articolate così da rendere giustizia al valore delle diverse sfumature del manzoniano “guazzabuglio del cuore”. S’imponeva così un linguaggio che attuava una netta rottura con lo stile letterario in uso nel Seicento e nel Settecento, prevalentemente più lineare e protocollare, coerentemente funzionale all’esposizione di un’ordinata e regolata visione della vita e della storia.
