Rimarchevole è stato l’influsso della letteratura russa sulla sensibilità e sulla narrativa di Gabriele D’Annunzio. Una significativa testimonianza, in merito, è offerta dal vate in una lettera del 14 novembre 1892 in cui scrive: “Il Dolore fece di me un uomo nuovo. I libri di Tolstoj e di Dostoevskij concorsero a sviluppare in me il nuovo sentimento”. Tale missiva fu composta proprio quando D’Annunzio andava lamentando la “ristrettezza” di prospettiva tipica di un romanzo realista, troppo ligio nel rispetto del nudo dato cronachistico. A questo genere di narrativa mancava “il giusto respiro epico” in cui avvolgere, valorizzandoli, i tumultuosi e contraddittori moti dell’animo.
Egli dunque auspicava l’affermazione di un’”arte totale” sul modello della “rivoluzione” prodotta da Richard Wagner nel campo della musica. Questa posizione fu sostenuta da D’Annunzio, con sicuro piglio, nell’articolo “L’arte letteraria nel 1892 – La prosa”. Da un lato, elogia Capuana e Verga per quanto avevano saputo fare riguardo ad un’incisiva rappresentazione della realtà, ma, al contempo, rimproverava loro una “disperante involuzione”. In sostanza, veniva biasimata la tendenza per cui “romanzieri e novellieri praticavano le anguste teorie zoliane”.
Di conseguenza si correva il rischio, secondo D’Annunzio, sia di mortificare l’anelito ad una raffigurazione meno compassata e più sbrigliata della realtà (materiale e soprattutto spirituale), sia di avvilire l’espressione stilistica, appiattita su una dimensione fiacca e languida e che manifesta l’imperdonabile trascuratezza di una “ratio ornate dicenti”.
Come uscire, dunque, da questa situazione di stasi? Il poeta e scrittore propone la lettura “ben ponderata” della morale evangelica predicata dagli slavi in romanzi popolari che, come quelli di Tolstoj, danno “un’immagine esatta della vita multiforme”. Al contempo D’Annunzio raccomanda di tesaurizzare la lezione derivante dalle “lugubri allucinazioni” di Dostoevskij, allucinazioni di “un cervello infermo” capaci di rivelare “in una successione di lampi i più terribili segreti della vita interiore”.
Questa posizione di D’Annunzio tradisce la chiara consapevolezza dell’esigenza – che investe anzitutto i giovani – di esporsi a “nuovi flutti di sentimento e di pensiero”, poiché nell’artista moderno non deve ripercuotersi la vita della nazione soltanto, ma quella del mondo, e l’arte moderna deve avere un carattere universale”.
Come osserva acutamente Ettore Paratore, ignorando il russo D’Annunzio era obbligato a conoscere le opere di quegli scrittori attraverso le versioni e traduzioni francesi. Finiva così per essere “trascinato e sedotto” dai suggestivi sviluppi della trama che “sommuovevano l’intimo anche del più sprovveduto e irriflessivo dei lettori”. Da questa prospettiva deriva una contraddizione di fondo. Mentre ne lodava l’ampiezza di orizzonte e la profondità di analisi, D’Annunzio era portato a definire i capolavori di Tolstoj e Dostoevskij “romanzi popolari”. Tale definizione rivela la sua incapacità di cogliere nella sua pienezza il verbo della più alta narrativa russa proprio perché essa gli giungeva mediata dal “filtro” francese, più incline (con tutto il rispetto per Flaubert e Maupassant) a privilegiare i frammenti materiali della quotidianità a discapito dello scandaglio, lucido e impietoso, dell’animo umano.
