Dante fu la “prima fiaccola” per Boccaccio e per i suoi studi. Fu una guida che lo aiutò a raggiungere, nel campo letterario, “altissimi risultati”. Al contempo Boccaccio seppe rivelarsi quale “straordinario” promotore della fama del divino poeta. Questa corrispondenza di amorosi sensi trova eloquente esemplificazione nel prezioso libro, a cura di Natascia Tonelli “Il Dante di Boccaccio. Atti del Convegno, Certaldo Alta, Casa di Giovanni Boccaccio (9-10 dicembre 2021)”.
E’ il concetto stesso di poesia, e la sua vocazione democratica e inclusiva – afferma la curatrice nella prefazione – che unisce i due autori, anche a monte di ogni realizzazione letteraria effettuale. Tale concetto Boccaccio lo individua in Dante e lo fa proprio con costanza e fedeltà. “Inoltre – osserva Natascia Tonelli – della poesia coltiva come valore supremo il suo essere cosa sola con la verità, insieme a tutto quello che tale identità, una volta adottata quale ideale, implichi anche umanamente e biograficamente per chi la sposi.”. Non è ammessa “discrepanza” tra i valori cantati dal poeta e i suoi stili di vita: anche a costo dell’esilio, della povertà e dell’isolamento. Tale prospettiva era illustrata a Boccaccio dalla stessa parabola di Dante: una prospettiva che invitava il poeta di Certaldo al rigore e alla coerenza.
E’ sui rapporti con l’opera dell’esilio dantesco che si concentrano i saggi del volume, articolati fra produzione poetica latina, mitologico-erudita e di commento alla “Commedia”. Al contempo viene valorizzato il ruolo svolto da Boccaccio in qualità di postillatore. A margine delle sue trascrizioni della “Commedia”, egli riflette sulle scelte linguistiche e stilistiche di Dante, nel segno di un assiduo impegno filologico spiegato, con dovizia di particolari nel saggio di Silvia Finazzi.
Nel suo saggio Marco Veglia fa riferimento al “Trattatello in laude di Dante” in cui Boccaccio si scaglia con violenza contro Firenze, colpevole di aver cacciato e lasciato fuori dalle mure il suo grande poeta, dimostrando così di non aver compreso che Dante era il suo vero vanto. Un testo, questo, significativo anche in rapporto al ruolo fondamentale che l’autore riconosce all’attività poetica, concepita quale unico mezzo a disposizione dell’uomo per giungere alla verità morale e teologica. In questo scenario non poteva mancare Petrarca, elogiato da Boccaccio “per l’esemplarità dei suoi metodi, della sua dottrina e delle sue prospettive culturali. A Dante, comunque, egli si volgeva per ribadire e rivendicare una “dignità” di vita e di opere, la quale non temeva gli assalti della sventura politica e della povertà.
Nel saggio dedicato alle “presenze dantesche” nel Buccolicum Carmen”, Angelo Piacentini, allargando l’orizzonte critico, rileva come Boccaccio abbia operato “una riflessione diuturna e sempre più profonda” con la poesia della “Commedia”. Un’opera letta, meditata, addirittura “ruminata” alla maniera dei monaci, tanto da diventare linfa vitale, nutrimento che viene assimilato nelle fibre e nei tessuti dell’ordito del Certaldese.
Già prima di Dante poeti come Guido Guinizelli avevano conferito tratti angelici alle loro donne: Dante radicalizzò tale procedimento di modo che la generazione successiva, in primis Petrarca e Boccaccio, non seppe più come adottarlo. E Boccaccio avvertì un certo “malessere”, sottolinea nel suo saggio Franziska Meier, nei confronti della Beatrice dantesca. La serie di lecturae Dantis che egli tenne nel 1373 su incarico del Comune di Firenze si interrompe prima della lettura allegorica del canto XVII dell’Inferno e quindi non raggiunge gli ultimi canti del Purgatorio in cui Beatrice si rivela per la prima volta a Dante-personaggio assumendo il ruolo di guida per il Paradiso. “Non sappiamo dunque – rileva Franziska Meier – come Boccaccio avrebbe commentato la scelta dell’amata come guida teologica della Commedia”. Nel commento al secondo canto dell’Inferno comunque Boccaccio introduce il personaggio di Beatrice in maniera più cospicua poiché avrebbe svolto un ruolo importante nel corso del poema. Questa parte del commento permette quindi di farsi un’idea più precisa di come Boccaccio percepisse il ritorno di Beatrice “investe di beata” e, inoltre, delle difficoltà in cui egli inciampava nella “Commedia” confrontandosi con “l’audace trasformazione di una giovane fiorentina in beata”.
