Il critico letterario Francesco De Sanctis non ha mai elaborato un pensiero intellettuale e filosofico sistematico. Ha preferito disseminare i suoi scritti di concetti fulminei e fulminanti, illuminati e illuminanti, espressione di un’analisi sempre lucida e incisiva, che bandisce tentennanti chiaroscuri e sfocate gradazioni di giudizio. Questa visione detta dunque affermazioni lapidarie, senza sbavature. Significativa, in merito, è la sua posizione riguardo al complesso rapporto tra morale ed arte: un rapporto che, nella seconda metà dell’Ottocento, aveva coinvolto in un serrato dibattito illustri personalità del mondo accademico, molte delle quali sostenitrici di valutazioni non saldamente schierate, ma incerte ed ondivaghe.
Fuori dal coro si pone, appunto, De Sanctis, che con incisiva perentorietà dichiara: “La moralità non è conseguenza dell’arte, ma il presupposto, l’antecedente. L’effetto estetico non è possibile in voi, quando non siete già un essere morale. Ditemi, perché Fedra soffre e perché il suo soffrire vi impietosisce? Fedra soffre perché ha il senso morale, e impietosisce voi, perché voi pure avete il senso morale. Ella soffre perché la sua passione è in contrasto con la sua coscienza, e voi vi impietosite perché, uomini morali, anche voi immaginate le angosce di questa lotta interiore, e contribuite a realizzare con la fantasia lo spettacolo che vi presenta il poeta”.
De Sanctis non si ferma, e va oltre, trasferendo questa moralità dai personaggi di un dramma al personaggio che è il poeta, e anche al personaggio che è l’uditore o il lettore. “Togliete la coscienza a Fedra, fatene un Borgia, un Iago – afferma -, e la tragedia sarà ancora morale, perché la coscienza è spenta in lei, ma non nel poeta, ma non in voi. La vostra moralità si manifesta nella vostra impressione, l’orrore. La moralità, dunque, preesiste all’arte, non è prodotta da essa. Il vostro riso e la vostra pietà testimoniano che voi siete un essere morale”.
Si potrebbe obiettare che nella rappresentazione il vizio trionfa. Obiezione non accolta dal critico che osserva: “Non è vero. Se il vizio vi desta il riso e la pietà e l’orrore secondo le sue gradazioni, ciò che trionfa non è il vizio, ma è l’umana coscienza”.
In questa riflessione si inserisce Benedetto Croce, definito dal critico Luigi Russo “il devoto scolaro di De Sanctis”. Il filosofo rileva che quando i critici, al cospetto di opere che giudicano, sotto l’aspetto artistico, perfette, protestano contro il contenuto “come cosa indegna d’arte”, posto che quelle opere siano davvero perfette, non resta che consigliare a quei critici di “lasciare in pace” gli artisti, i quali si ispirano di necessità a ciò che ha mosso il loro animo, e di provvedere, invece, a promuovere mutamenti nella natura circostante e nella società, “affinché quegli stati d’animo e quella impressione non abbiano a riprodursi di nuovo”.
Evidenzia Croce che se le brutture spariranno dal mondo, se si stabilirà la virtù universale, gli artisti non saranno più “rappresentatori” di sentimenti malvagi, ma saranno “calmi, innocenti, giulivi, arcadi di un’Arcade reale”. Ma fintanto che brutture e turpitudini sono in natura e si impongono all’artista, “non si può impedire che sorga anche l’espressione correlativa”.
E sulla scia delle valutazioni di De Sanctis, dichiara: “L’arte è indipendente così dalla scienza come dall’utile e dalla morale. Né si nutra timore che con ciò si riesca a giustificare l’arte frivola o fredda, perché ciò che è davvero frivolo e freddo è tale solo in quanto non è stato innalzato ad espressione; o in altri termini, la frivolezza e la freddezza nascono sempre dalla forma dell’elaborazione estetica, dal mancato possesso di un contenuto e non dalle qualità materiali del contenuto stesso”.
