Un alto elogio intriso di rimpianto per un destino rimasto incompiuto. E’ l’elogio di Emilio Cecchi tessuto da Pietro Citati. Pieno di ardore e di inquietudini, di fantasia e di follia, di violenza e di dolcezza, il critico attraversò “con gli occhi vigili e con la mente pronta” lo spettacolo della realtà. Nessuno più di lui avrebbe dovuto conoscere l’ineffabile gioia dell’espressione diretta. “Questa gioia gli fu negata” lamenta lo scrittore e saggista.
La sua parte fu quella di arricchire gli altri scrittori. “Egli li comprese – afferma -, li illimpidì, li moltiplicò tramite il suo io, che da solo non seppe manifestarsi. Mille possibilità stavano raccolte intorni al crocicchio del suo spirito. Avrebbe potuto essere un emulo di Flaubert, di Stevenson, della Woolf, ma queste possibilità rimasero embrionali, e così Cecchi si accontentò di definirle criticamente negli altri”.
Come accade ai veri critici letterari, non riusciva a richiudersi tra i confini limitati del testo da interpretare. Irrequieto e immobile, il suo orecchio cercava qualcosa che non risiedeva in nessun punto preciso del libro. Ad attrarlo, infatti, era l’”oscuro centro vitale” di uno scrittore, laddove nasce l’ispirazione.
Nonostante l’insistenza sulla necessità della “realizzazione perfetta” di un’opera, il suo culto della perfezione formale fu più tiepido di quello che avrebbe nutrito un umanista classico. Era rimasto, nell’intimo, un espressionista. “Invece del libro compiuto – osserva Citati – egli amava il movimento celato nel libro, la fatica di Sisifo, sempre più serrata e convulsa, dello stile, che continua a vibrare intorno al testo come la mano di Donatello intorno alle pietre e ai bronzi abbandonati da tanti secoli”.
Educato da ragazzo sulle tragedie di Eschilo e sulle odi di Pindaro, affascinato nella maturità dalle sculture arcaiche del Partenone e dai frontoni di Olimpia, egli venerava sopra ogni cosa gli spettacoli orchestrati dalla fantasia e dall’immaginazione. Nell’atto del recensire era tentato di mutuare – in fedele simbiosi – le movenze del recensito. Esemplari, al riguardo, sono i suoi scritti su Ingres, in cui la prosa voluttuosamente si inarca e si snoda come a riprodurre, senza sbavature o deviazioni, lo stilizzato linguaggio pittorico dell’artista francese neoclassico. Il suo verbo, in realtà, non si ridusse mai a supina eco – per quanto sorvegliata e forbita – della creazione altrui. “Scrivendo i suoi saggi – afferma Citati – alla fine non volle abitare nell’anima degli altri, ma nella propria. Non volle annullarsi nei mondi artistici di cui discorreva, ma rimanere saldamente sul proprio terreno, trascrivendo ogni sensazione nel suo sistema metaforico”.
La tessitura dei suoi saggi converge verso un unico punto. “Chi legge – rileva Citati – teme da principio che Cecchi si smarrisca in considerazioni minori e in osservazioni didascaliche che critici di rango ordinario avrebbero disdegnato o cercato di sciogliere nel flusso della loro prosa. Ma ecco che, improvvisamente, il suo linguaggio cambia timbro. Lo stile si tende e uno straordinario dono verbale, che mescola e intride insieme esperienze di ogni sorta, assale il lettore”.
