Pochi scrittori hanno dissipato con tanta prodigalità il loro talento come Ennio Flaiano. Di conseguenza si indulge a considerare più il personaggio che lo scrittore e, spesso, a citare sue illuminanti sentenze lasciando sullo sfondo, in penombra, i suoi libri. E’ questo l’acuto rilievo del critico Sergio Pautasso, il quale sottolinea che lo scrittore di Pescara “ha fatto di tutto” per accreditare questa immagine di sé. Dopo lo straordinario avvio di “Tempo di uccidere”, preferì rinunciare al genere del romanzo per dedicarsi al giornalismo e all’esercizio dell’epigramma.
“Mentre tutti – scrive il critico nella brillante e incisiva introduzione a ‘Tempo di uccidere’ – ostentavano un’illimitata fiducia nel neorealismo, egli indugiava nell’intimità notturna, e alle ‘magnifiche sorti e progressive’ della storia opponeva ironia e satira”. In realtà questa tendenza a concepire la letteratura con aperto scetticismo e la pratica culturale con divagante eclettismo, era solo “una maschera”: la maschera del personaggio che egli aveva scelto di interpretare sul palcoscenico del grande teatro della letteratura.
Ne “La conversazione continuamente interrotta” l’interpretazione scettica del ruolo dello scrittore “viene elevata all’ennesima potenza” e teorizzata come “condizione assoluta”. Nello stesso tempo tale interpretazione è sottoposta a “un duro lavoro ai fianchi” tramite gli strali di una corrosiva ironia. Poiché troppo spesso si è equivocato su questa ironia, intendendola come mezzo e non come fine, Flaiano è diventato “la vittima” del mito che si era venuto a creare intorno alla sua persona e che egli stesso, con il suo atteggiamento, aveva alimentato.
“La svagata ironia e il divertito distacco che Flaiano sapeva assumere di fronte ai problemi e, per contro, la serietà partecipe con cui riusciva a interessarsi alle cose più neglette – spiega Pautasso – gli derivava, oltre che da una naturale disposizione verso la realtà, anche dalla convinzione culturale di essere in grado di confrontarsi con essa”. Per contraddire storia e società (i pilastri della cultura) – l’opera di Flaiano procede in tal senso – occorrono risorse alternative. A tali risorse egli ha sempre attinto frequentando “compagnie” estranee alla cultura tradizionale dell’Italia, come quella degli “essayist” inglesi e dei memorialisti francesi. In queste aree culturali, dove sembra trovare la sua più alta celebrazione la libertà espressiva, “tutto poteva diventare aforisma che si consumava sul momento, ma con la coscienza che in quel momento si sublimava la storia”. Pautasso afferma che “le cose migliori” dello scrittore si riscontrano nei diari e nelle prose fantastiche, dove la sua misura stilistica è “così perfetta che confina un po’ ai margini il Flaiano narratore, ossia quell’altro Flaiano che egli stesso ha contribuito a mettere in posizione subordinata”.
Tuttavia egli non ha esibito alla frontiera della letteratura “due carte di identità diverse”. La sua natura di scrittore è “univoca”, sempre tesa a cercare “un rapporto dialettico” con il mondo, sia quando lo rappresenta nella dimensione narrativa o lo affronta nelle pagine diaristiche, sia quando ne fa la caricatura satireggiando. “Tutta la sua opera – dichiara Pautasso – testimonia questa linea unitaria e intransigente, questa coesione interna e senza fratture, sempre che si consideri il testo e non la sua mitologia”.
