Non è ricordata certo con passione, da Carlo Emilio Gadda, la sua formazione presso il Politecnico di Milano, tanto da essere definita “una zimarra infilata a furia, nel buio degli anni”. Eppure gli studi ingegneria avrebbero esercitato una rilevante influenza sulla sua narrativa. Lo scrittore, tuttavia, manifestava, al contempo, l’orgoglio per il lavoro svolto nel cantiere, a contatto con le maestranze, con le macchine e con le opere. Come ricorda in un saggio Giancarlo Consonni, poeta, urbanista e storico dell’architettura, Gadda (in una lettera del 1953 pubblicata su “Civiltà delle macchine”) esibiva fierezza per quanto aveva seminato e raccolto in dieci anni di professione. “Ho calcolato, disegnato, collaudato e messo in marcia macchine. Ho visitato circa duemila tra cantieri, impianti, stazioni e officine”.
Gadda osserva che “il lavoro in corso di esecuzione non era meno bello e men puro che l’opera finita al collaudo”: tale affermazione rinvia all’opera letteraria, come era da lui concepita. Infatti, evidenzia Consonni, a Gadda interessava, più che la realtà, “il cantiere della realtà”, ovvero il suo divenire e i congegni che ne permettevano e accompagnavano il flusso. A legare lo scrittore all’ingegnere è anche la priorità assegnata all’opera. A tale riguardo affermava: “L’ingegnere progettista non è, ben inteso, un eroe d’annunziesco interno a rimirar sé del continuo dentro allo specchio della propria esasperata vanità. No, non vede sé, vede l’opera, vede la cosa che dovrà essere, il filo dell’atto, degli atti, che discende dalla conocchia del pensiero”.
Per sua stessa ammissione, i primi passi da scrittore erano stati forgiati proprio al fuoco dell’esperienza maturata da ingegnere: “I miei quaderni di studi per un romanzo sul lavoro italiano – annotava – son pieni di note di getto, di strappo, tutte trafugate dal cantiere, specie dagli impianti e dai lavori idroelettrici di montagna, venute al mio quaderno senza speranza, tra il sudore degli anni e degli uomini poveri, oppressi”.
Diversamente da Kafka, dichiara Consonni, Gadda non è più di tanto interessato a indagare i meccanismi che soggiogano e svuotano di senso la vita individuale e collettiva: per lui “la vita è comunque più forte”. Ed è questa forza, e la luce e il buio che vi si mescolano, a “catturare la sua attenzione”. In Gadda vibra una vis mimetica che lo spinge a riprodurre situazioni ed eventi. Egli possiede una capacità di immedesimazione – scrive Consonni – che lo spinge a prendersi sulle spalle gli altri, ad “appassionarsi” per la loro identità”, a “interessarsi dei loro destini”. Nel secondo “Cahier d’études” per il “Racconto italiano di ignoto del novecento” lo scrittore parla di “mio sinfonismo”, termine che così precisa: “Mi sono avvezzato a parlare con tutti, a lasciare che tutti mi dicano quello che vogliono. E poi, per colmo d’incontinenza, prendo anche una passione per questo o per quello, per il suo dolore o per la sua gioia. E quasi rido o piango, e sempre m’accompagno con tutti. Più sono poveri di spirito e più gusto ci prendo. Mi pare che accompagnandoli nel labirinto buio, debbano soffrire di meno. E così prendo sul serio i poveri di spirito”.
Nello scrittore spicca anche una vis polemica, che scaturisce dal pensare che la sua vita è quella di un “umiliato e offeso”. Inscritta in questa dimensione del sentire, la sua prosa si configura come il mezzo per ottenere “riscatto e vendetta”. Confessava Gadda: “Il mio narrare palesa, molte volte, il tono risentito di chi dice rattenendo l’ira, lo sdegno”.
