Scriveva Giuseppe Mazzini nelle “Note autobiografiche”: “La tendenza della mia vita era tutt’altra che non quella alla quale mi costrinsero i tempi e la vergogna della nostra abiezione”. In merito a questa affermazione, in un saggio a lui dedicato, Attilio Momigliano commenta: “Mazzini credeva di essere votato per le lettere, e di aver fatto un grande sacrificio rinunciandovi. S’ingannava”.
Tuttavia, rileva il critico, Mazzini – la cui azione, in qualità di politico e patriota, contribuì sensibilmente alla formazione dello stato unitario italiano – ha esercitato una notevole influenza sulla letteratura dell’Ottocento. I suoi scritti erano strettamente legati alla narrativa del Risorgimento e del Romanticismo. Inoltre la letteratura di propaganda e di battaglia, morale e politica, lirica e drammatica, si riagganciava alle sue asserzioni intorno alla missione della poesia, che per lui è simile alla religione.
Dichiarava Mazzini: “La poesia afferra l’idea giacente nell’intelletto, la versa nel cuore, l’affida agli affetti, la converte in passione e trasmuta l’uomo da contemplativo ad apostolo”. Per lui l’arte non deve essere “il capriccio di un individuo”, ma “la grande voce del mondo e di Dio raccolta da un’anima eletta e versata agli uomini in armonia”. E cita, al riguardo, Dante e Foscolo.
Osserva Momigliano che Mazzini, fra tutti gli scrittori politici italiani, è il più antitetico a Machiavelli. “Sotto il suo pensiero – scrive – si sente il soffio della fantasia, sotto il pensiero di Machiavelli si sente il duro, inflessibile contatto con la realtà”. Per quell’alone fantastico che circonda il suo credo morale e politico, e che si traduce in uno stile sovrabbondante di metafore immaginose, Mazzini potè ritenere di essere nato “per l’arte, più he per l’azione”.
Mazzini era un avido lettore. Tra i suoi autori prediletti figurano Alfieri, Shakespeare, Byron, Goethe-
“Collocato sullo sfondo della Genova del tempo, tutta spie e bigottume, fatto centro di conciliaboli segreti e di segrete intese – evidenzia Momigliano – Mazzini diventa agli occhi del lettore il prototipo del giovane romantico italiano quale finiamo per figurarcelo quando siamo diventati un po’ famigliari con la storia più appariscente del tempo e con la letteratura più superficiale che l’accompagna”. La vita di Mazzini, “con quei suoi affetti puri, quella sua dedizione di missionario politico, quel suo ramingare di esule” è tipicamente dei romantici, di un romanticismo “tutto idealità e niente libertinaggio”. Quindi il critico osserva: “Potremmo dire che la sua vita è quella di Foscolo, liberata dagli eccessi passionali e sensuali, come il suo stile è quello dell’’Ortis’, alleggerito della soverchia cupezza e del troppo insistente ed enfatico sentenziare. Tuttavia nelle ‘Note’ Mazzini, tutto concentrato intorno allo scopo della sua vita, non si è curato di isolare la linea della sua condotta e delle sue vicende. E il romanticismo, limitato nel contenuto, si è riversato per lo più nella forma”.
E’ da rilevare, comunque, che nella prosa di Mazzini c’è, “più o meno sparsamente”, tutto il mondo romantico contemporaneo rappresentato dalle sue figure più nobili e dolenti: il congiurato, l’esule, il missionario, il prigioniero. “Tornano alla memoria – scrive al riguardo Momigliano – Pellico, che è più misurato, più classico e disegna nitidamente figure dove Mazzini accenna appena un motivo sospiroso, e Berchet, chiuso in un più duro dolore, e creatore anch’esso di personaggi destinati a rimanere protagonisti della storia ideale del tempo”. In Mazzini ci sono l’accento e la coloritura generica dell’epoca, il fondo comune delle immagini e dei gesti di allora, ma “quasi mai concentrati in una pagina che possa rimanere come il documento poetico di un’età”.
