Si era inimicata il governo napoleonico quando pubblicò “De l’Allemagne”, testo in cui celebrava i valori, sul piano morale ed estetico, della cultura tedesca, la quale – a suo dire – non aveva rivali in Europa. Era il 1810 e Madame de Stael, scrittrice di origini svizzere, fece così irruzione sulla scena letteraria dell’epoca. L’incursione non era certo firmata da una dilettante. Donna energica e intraprendente, nonché colta, intratteneva assidue frequentazioni – coltivate soprattutto nei classici salotti – con figure illustri del mondo letterario, anzitutto tedesco: da Goethe a Schiller, da Fichte ai fratelli Schlegel.
Sei anni più tardi, era il 1816, di incursione ne condusse un’altra: questa volta il territorio “invaso” era quello italiano. La baronessa si inserì infatti nel dibattito, allora tumultuante, fra classicisti e romantici, pubblicando un articolo – tradotto dallo scrittore Pietro Giordani – sul primo numero del periodico “Biblioteca italiana”. Perentorio e dal piglio programmatico, il titolo: “Sulla maniera e la utilità delle traduzioni”. Nell’articolo ella criticava i classicisti per la loro stagnante e pigra staticità nella scelta delle tematiche, di un’antichità scolorita e di una convenzionalità ormai trita. Consigliava, dunque, gli italiani a prendere spunto dalle letterature europee, come quella inglese e tedesca, che rappresentavano l’innovazione e la modernità.
Non tardò la replica dello stesso Giordani, che l’articolo lo conosceva bene, avendone appunto curato – con la sua consueta perizia – la traduzione. Il letterato sosteneva, in difesa della tradizione classica, che la perfezione dell’arte era stata già raggiunta dai greci e dai latini. Di conseguenza, gli italiani avrebbero dovuto continuare a studiare i classici, anziché inseguire mode straniere. Inoltre, argomentava Giordani, importare la letteratura dell’Europa del nord – incentrata sul gusto del cupo e dell’orrido – avrebbe sortito l’esiziale effetto di ledere l’identità culturale italiana, inquinando la purezza della lingua con uno stile ibrido e innaturale.
Nella polemica intervenne Leopardi, che respinse i consigli di Madame de Stael, bollandoli come “vanissimi”. Copiare i moderni – sottolineava – non avrebbe reso l’Italia originale, ma solo imitativa. Successivamente, nel 1818, Leopardi approfondì la tesi nel “Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica”, nel quale si fa araldo della superiorità della poesia classica e della spontaneità originaria della natura rispetto alla stravaganza e alla bizzarria sentimentale delle letterature straniere.
