Variegate sono le posizioni dei massimi critici riguardo all’opera leopardiana. S’intrecciano – nel segno di una dinamico e stimolante quadro interpretativo – giudizi negativi e valutazioni elogiative. Croce definisce “strozzata” la vita di Leopardi, il cui pessimismo, mero riflesso delle sue personali sciagure, si esprimeva in forme raziocinanti che di propriamente filosofico non avevano nulla, se non la pretesa di esserlo. “C’è del malsano in quelle prose”, scrive a proposito delle “Operette morali”. Sul versante poetico, il filosofo riconosce come poesia solo i momenti “idillici”, quelli in cui Leopardi “si risentì vivere, e l’animo gli si aprì alle trepide commozioni”. Nella produzione dell’ultimo Leopardi ravvisa “un catechismo pessimistico”, una inopportuna abbondanza di intenti didascalici. Riguardo a “La ginestra”, lamenta una prosaicità oltremodo fuori misura.
De Sanctis denuncia, in merito a questo componimento, un “filosofare troppo scoperto”, come causa del fatto che “muore il poeta e nasce il prosatore”. Sapegno, in linea con Binni, definisce la produzione leopardiana posteriore al 1830 “una lirica, ad ogni modo, attiva e non passiva, di caldi affetti presenti e non di memorie, stimolante e non idillica”. Vi individua quindi “una disposizione eroica, una nuova tensione e un’esaltazione della personalità”, nonché “un’affermazione dell’io con la sua sensibilità e la grandezza degli affetti di fronte alla mediocrità e all’ingiustizia del destino”. Tali effetti vengono espressi in una lingua “intensa e vibrante”, in una sintassi “concitata e piena di spezzature”, in una musica “senza morbidezze e squisitezze retoriche”.
Dal canto suo Momigliano sottolinea che nonostante il pronunciato pessimismo, Leopardi sentì in sé “una forza di passione, un anelito ad una nobile vita” che gli facevano guardare con disdegno i suoi contemporanei scettici. In questo anelito Momigliano riconosce il più grande valore morale della sua poesia. A proposito della fuga (fallita) da Recanati, il critico parla di una tensione ad una “vita eroica”, di un’aspirazione ad una “esistenza magnanima”, ad un romanticismo “non sentimentale ma eroico”. Nelle lettere del periodo 1819-1820 e nelle canzoni coeve, Momigliano coglie le tracce distintive di “un eroismo compresso”, covato in “una angosciata coscienza della propria solitudine morale e della meschinità del presente”. Nel dato biografico della tentata fuga Momigliano riscontra i segni della leopardiana “ribellione contro il festino acerbo e contro la mediocrità degli uomini”.
A differenza di Croce e di de Sanctis, Binni esprime un grande apprezzamento per “La Ginestra”, tanto da definire il componimento “un capolavoro”, e giudica il “Canto notturno” “l’ultima poesia immortale” del recanatese: Momigliano, invece, afferma di non gradire l’opera perché intrisa di “blande domande metafisiche”.
