Un capolavoro solitario: così Cesare Garboli definisce i “Promessi sposi”, che presentano una superficie di “chiusa e inattaccabile perfezione”. Un romanzo “verniciato di umiltà”, specchio di un’ordinaria storia milanese del XVII secolo. Ma sotto quella verniciatura il critico intuisce “una sconfinata ambizione”. Nella vicenda di una contadina e di un filatore di seta, che giungono a nozze dopo tribolazioni, sedizioni, guerre, pestilenze, agguati – nel pomposo e barocco scenario della Lombardia sotto il dominio spagnolo – Manzoni ha inteso rappresentare “tutta in una volta tutta la realtà”.
Il male e il bene, la sorte di uomini e donne, i disegni di Dio sono i temi che guidano la narrazione, condotta sempre alla luce dell’esortazione morale. In tanto teatro, sottolinea Garboli, i personaggi rivestono un valore spiccatamente simbolico: sono figurazioni passate in proverbio – da Lucia a don Rodrigo, da Gertrude all’Innominato, da Renzo a don Abbondio – “non tanto perché vivono nell’arte in carne ed ossa, quanto perché vivono in carne ed ossa una vita diversa, psicologica, più reale della vita stessa”.
Mosso dall’ispirazione a ritrarre tutta la realtà, Manzoni ha rappresentato nella trama del romanzo – fissandola al di fuori del tempo – “l’interezza” del cuore umano. Anche per lui, come per tutti gli scrittori romantici, la realtà non aveva senso se non era interiorizzata dalla coscienza. Per questa ragione, evidenzia il critico, i “Promessi sposi” sono un libro “perfetto”, ma chiuso”, e il romanzo, fra tutti i romanzi storici, nonostante la magistrale ricostruzione dell’anima e dei costumi del Seicento, è il “meno storico” che sia mai stato scritto.
