Tra i “Promessi sposi” e i “Malavoglia”, un solo romanzo grandeggia nella narrativa italiana dell’Ottocento, le “Confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo, scritte nel 1858, a ventisei anni, poco prima di partire al seguito di Garibaldi e tre anni prima della morte nel naufragio del piroscafo “Ercole” nel mar Tirreno. In questo lungo racconto – osserva Giorgio Manganelli – non mancano “ingenuità, acerbità e svagamenti”. Tuttavia si avverte, al contempo, un impeto squisitamente adolescenziale, senza malizia, e dotato di una naturale scaltrezza.
Composte “senza cautela”, le “Confessioni” hanno “la dolce goffaggine di una cosa giovane”, che si rivela anche nel fervore delle esclamazioni e nella lingua non depurata, ma “gustosa di impurità” venete e settentrionali. Ricco di spumeggianti movimenti sentimentali, abbandonato alla spaziosa vitalità del melodramma, il romanzo di Nievo celebra “rapinose passioni” e “amori eroici”, ai quali presiede la figura della Pisana, “la più viva donna delle nostre lettere ottocentesche”.
Nella sua “protervia” e “arroganza”, ella, di fascinosa bellezza, incarna lo spirito di libertà, nonché l’anelito ad un anticonformismo che – nel rivendicare il ruolo della donna nella società – bandisce bassi compromessi e facili blandizie.
