Nasceva nel 1926 a Firenze – su iniziativa di Alberto Carocci – la rivista letteraria “Solaria” (le pubblicazioni terminarono nel 1934, anzitutto a causa della censura fascista). Annoverò, tra i co-fondatori, figure di eminente lustro: da Eugenio Montale a Leone Ginzburg, da Giacomo Debenedetti a Sergio Solmi. Primario obiettivo fu quello di estendere la cultura oltre i confini nazionali. In conformità a tale scopo, la rivista contribuì a far conoscere ad un pubblico di lettori “ripiegato su sé stesso” autori quali Marcel Proust, André Gide, Paul Valéry, Virginia Woolf. Al contempo, intuì e incoraggiò il talento di scrittori destinati alla fama, come Carlo Emilio Gadda ed Elio Vittorini; quindi rivalutò Federigo Tozzi e Umberto Saba, sui quali stava calando l’oblio.
I solariani, tra i quali figurano Dino Buzzati e Tommaso Landolfi, miravano a creare nelle loro pagine una narrativa di carattere lirico, in cui la dimensione evocativa svolge un ruolo nevralgico. Come ha osservato il critico Giuseppe Petronio, il lettore impegnato a seguire l’evoluzione della rivista, “si porta nella memoria non tanto i personaggi e trame, come è per la narrativa dell’Ottocento, quanto ambienti e più ancora atmosfere, stati d’animo movenze di stile”. Nel cercare di superare il breve respiro della prosa d’arte, i solariani rischiarono, tuttavia, di dissolvere l’impianto narrativo in una configurazione rarefatta della realtà, che spesso risultava essere troppo letterariamente scaltrita e calligrafica.
Di tale rischio essi erano ben consapevoli, tanto che nel primo numero della rivista tennero subito a dichiarare – come per difendersi da un’accusa che sapevano sarebbe stata successivamente loro contestata – di non essere idolatri di stilismi e di purismi esagerati. “Se tra noi – affermavano – qualcuno sacrifica il bel ritmo e magari la proprietà del linguaggio nel tentativo di dare fiato a un’arte singolarmente drammatica e umana gli perdoniamo in anticipo con passione”. Tuttavia la ricerca dell’effetto estetico – raccomandavano – doveva essere sorvegliata e quindi, se necessario, smorzata e diluita.
Tra gli scrittori più rappresentativi della rivista spicca Alessandro Bonsanti, figura di letterato poco nota al vasto pubblico. Il critico Geno Pampaloni ne ha definito la prosa “certosina”, tanto era assennata la cura per il particolare. La sua narrativa presentava un carattere moderno per quell’epoca, essendo diretta a scandagliare, nel segno di un’analisi lucida e rigorosa, gli intimi recessi dell’animo umano, non limitandosi ad un’esposizione meramente descrittiva del mondo esterno. Meritevole poi fu il suo sforzo, condiviso da altri colleghi, di trasformare il dato grezzo in letteratura, nella consapevolezza che anche la dimensione quotidiana, racchiudendo in sé alti valori umani e morali, poteva e doveva assurgere a dignità d’arte.
