La storia letteraria ha reso “un povero servizio” a Flaubert avendolo etichettato come “fondatore” della scuola di realismo (sodale di Zola e di Maupassant). In una lettera a Maupassant, l’autore di “Madame Bovary” scriveva: “Non parlatemi di realismo. Ne sono stufo, Il termine ‘realismo’ è vuoto, e non ha senso”. In un’altra missiva, indirizzata a George Sand, dichiarava: “Aborro ciò che viene chiamato realismo, e come se non bastasse si vuole che io sia considerato l’apostolo di esso”.
Alla radice di questo atteggiamento vibrava la tenace volontà dello scrittore di non essere catalogato sotto la “voce” di qualsivoglia gruppo o scuola, rivendicando una gelosa e ben sorvegliata indipendenza. Tuttavia va rilevato che era Flaubert stesso ad alimentare – complice inconsapevole – il sospetto di una sua granitica appartenenza alla corrente del realismo, poiché egli coltivava la tendenza, portata spesso fino all’ossessione, a documentarsi anche sui più minuti dettagli, ritenuti funzionali all’ordito che stava tessendo.
Flaubert, se citava un ristorante, immancabilmente si premurava di ottenere “il menu della casa”, e mai avrebbe descritto uno stabile mancando di precisare, diligentemente, il numero civico.
Lo scrittore Jules Barbery d’Aureville denigrava Flaubert in quanto “piatto osservatore” della realtà, attirandosi le ire di alcuni colleghi contemporanei che lo accusavano – in merito a questa critica – di “parlare di sé stesso” considerando la sua “cronica mancanza di immaginazione”. Jean-Paul Sartre e il critico Gyorgy Lucaks erano stati lungimiranti, e avevano capito “il gioco” di Flaubert. Entrambi, infatti, denunciavano “le sapienti distorsioni” del reale operate dallo scrittore, il quale, in filigrana, sapeva con maestria capovolgere un consolidato intreccio, tramutando la superficie in profondità, e la profondità in superficie. Un’impostazione narrativa, questa, elaborata nel segno di una soggettività che finisce per sublimare il reale, precorrendo i canoni del surrealismo e del decadentismo.
