Con rigorosa lucidità e poetico cinismo Edith Wharton, in “La casa della gioia” (1905), descrive il declino sociale di una giovane statunitense, Lily Bart. Eppure la protagonista si muove, o cerca di farlo, nella direzione opposta rispetto a quella cui la consegna l’autrice: il declino, infatti, ella tenta di scongiurarlo ambendo all’ascesa nell’alta società, così da riscattarsi da una sopravvenuta situazione di desolante povertà. Sensazioni e tensioni, nell’approccio a questo mondo, formano nel suo animo un articolato e ruvido groviglio. E a rendere ancor più fluido lo scenario sono le impressioni di quel mondo da lei percepite e assorbite: impressioni fuggevoli, ma che lasciano il segno.
Spiccano passaggi, nello sviluppo del romanzo, in cui la Wharton magistralmente dispiega l’epifania che si manifesta nella nubile e calcolatrice Lily Barton allorché ella si trova a fare un primo bilancio dell’universo con il quale aveva cominciato a prendere familiarità. Perché mai si sentiva improvvisamente attratta da Lawrence Selden? (un amico di vecchia data e solo ora visto nelle vesti, assai gradite, di pretendente). Lo conosceva da anni, da quando era tornata in America. Era sempre stata felice di sedergli accanto a cena. Lo trovava più piacevole della maggior parte degli uomini, e aveva vagamente desiderato che possedesse le altre qualità necessarie affinché la sua attenzione si concentrasse su di lui. Finora, tuttavia, era stata troppo occupata dai propri problemi “per considerarlo più di uno dei tanti accessori della vita”.
Miss Bart sapeva leggere nel proprio cuore e capiva che la sua improvvisa attrazione nei confronti di Selden era dovuta al fatto che “la presenza di lui gettava una luce diversa su ciò che la circondava”. Non che lui fosse spiccatamente brillante o eccezionale. “Nella sua professione di avvocato – osserva la Wharton – era superato da parecchi individui noiosi con cui Lily aveva faticosissime cene”. Il fatto era che aveva conservato un certo distacco sociale, “l’espressione felice dello spettatore che si godeva la commedia dall’esterno”, che viveva “fuori dalla grande gabbia dorata in cui tutti erano ammassati per farsi ammirare dal popolo”.
Quanto appariva affascinante il mondo esterno agli occhi di Lily “dopo che aveva sentito richiudersi la porta della gabbia alle sua spalle!” In verità, la porta non si era mai richiusa: restava sempre aperta, ma la maggior parte dei “prigionieri” erano come “mosche nella bottiglia” che, una volta entrate, “non riuscivano più a riconquistare la libertà”. Selden, invece, non aveva dimenticato come uscirne: era questo “il suo tratto distintivo”.
Lui aveva il potere di farle cambiare punto di vista. Lily, “staccandogli gli occhi di dosso”, si ritrova a esaminare il suo piccolo mondo attraverso lo sguardo di Selden: come se la luce rosata delle lampade si fosse spenta e in quel momento i raggi del sole entrassero illuminando la polvere. Lily abbassa lo sguardo sul lungo tavolo e osserva i commensali uno a uno: da Gus Trenor, con la pesante testa da carnivoro affossata nelle spalle, che dava l’assalto al piviere in gelatina, alla moglie, che faceva pensare, con quel bell’aspetto luccicante, alla vetrina di una gioielleria illuminata dalla corrente elettrica. E tra loro, sottolinea la Wharton, “una lunga sfilza di nullità!”. Quanto erano “noiose e superficiali” queste persone! Lily le guardò sprezzante e spazientita: Carry Fisher, con quell’aria di rappresentare in forma umana “una notizia piccante sul giornale”; il giovane Silverton, che un tempo voleva sbarcare il lunario con uno stipendio da correttore di bozze e scrivere un poema epico, e ora, invece, “viveva alle spalle degli amici ed era diventato un esperto di tartufi”; Alice Wetherall, “la personificazione di un elenco di visite”, che indirizzava i suoi più fervidi ardori alle formulazioni di frasi di invito e alla decorazione dei segnaposti; il marito, con il suo nervoso cenno d’assenso e “l’aria di voler dare ragione a tutti prima ancora di sapere che cosa stesse dicendo”; Gwen Van Osburgh, con tutta la schietta sicurezza di una ragazza cui era sempre stato detto che non esisteva al mondo uomo più ricco di suo padre.
Dopo averli “schedati” tutti, Lily sorride. Come le erano apparsi differenti qualche ora prima! Allora essi erano “il simbolo di ciò che stava per conquistare, e adesso rappresentavano ciò a cui stava rinunciando”. Quello stesso pomeriggio le erano sembrati pieni di brillanti qualità; ora capiva che erano “solo clamorosamente ottusi”. Sotto il luccichio delle loro opportunità vede “la miseria delle loro imprese”. Lily ripensa con imbarazzo al modo in cui, qualche ora prima, aveva avvertito “la forza centripeta” dei loro valori. Allora chiude gli occhi un istante e “la vacua routine” della vita che aveva scelto si allunga davanti a lei come una lunga strada bianca “senza dossi né svolte”. Era vero che avrebbe dovuto percorrerla in carrozza invece che arrancare a piedi, “ma qualche volta – rileva la Wharton – ai pedoni è riservato il piacere di una scorciatoia inaccessibile a chi viaggia sulle ruote”.
