Un periodare spesso ellittico – punteggiato da improvvisi anacoluti e da inflessioni volutamente trasandate del parlato – caratterizza nevralgici aspetti della prosa di Corrado Alvaro. Lo scrittore calabrese intendeva restare lontano da un tono discorsivo e immediato per concentrarsi sulla costruzione di un tessuto narrativo percorso da venature liriche e screziato da un acceso impressionismo votato a precisare colori, sfumature e sensazioni.
Come rileva il critico Armando Balduino, per plasmare questo tipo di prosa Alvaro, piuttosto che procedere ad una descrizione diretta trattando fatti e personaggi frontalmente, preferisce fare ricorso alla correlazione fra le cose. Entro questa impostazione egli talora pecca nel fare sfoggio di immagini e metafore, che rischiano di risultare stucchevoli. Tale modalità espositiva finisce per sacrificare il dato oggettivo sul quale prevale la sensazione visiva. Significativa, in merito, è una pagina del racconto “Viaggio di nozze a Napoli” in cui la domenica viene descritta anche attraverso il mirato e insistito uso della congiunzione “come” e del verbo “sembrare”.
Scrive Alvaro: “E’ domenica. La città riposa come una macchina fermata all’improvviso. Il rombo si propaga ancora alle ruote ultime a fermarsi. Nelle piazze i lumi delle vetture girano intorno come fuochi fatui. Tutta la città -rimarca – sembra una giostra. Sugli ultimi piani delle case le palme impolverate sembrano di carta. Il cielo sembra una lastra di zinco. Vi salta su improvvisamente la stella di Venere come una signora di campagna”. Quindi Alvaro ribadisce: “E’ domenica. Il popolo si chiude in due ali, a destra e a sinistra della strada. Gira come la cinghia di una macchina, uguale e continuo”.
Tale procedimento – al servizio dell’immagine e dell’impressione, e non di una salda resa naturalistica e mimetica del reale – si configura in questa rappresentativa pagina come scoperto e financo elementare: esso rimarrà uno dei tratti distintivi del linguaggio alvariano. Tuttavia Balduino osserva che se da un lato lo scrittore, attraverso questo stilema, raggiungerà “folgoranti intuizioni liriche”, dall’altro l’affastellarsi di comparazioni appesantirà alcuni brani delle sue opere e renderà un po’ sfuocati, “avviluppandoli in nebbiose sovrastrutture”, i nuclei drammatici dei racconti e i gesti caratterizzanti dei personaggi.
Il binomio costituito dalla congiunzione “come” e dal verbo “sembrare” o “parere” caro ad Alvaro si riscontra, con evidenza, già in D’Annunzio, suggerendo, di conseguenza, una non marginale influenza esercitata dalla verbosità del poeta-vate sui moduli espressivi adottati dallo scrittore calabrese. Così infatti D’Annunzio descrive, ne “Il piacere”, Roma sotto la neve: “L’aria pareva impregnata come d’un latte immateriale. Tutte le cose parevano esistere d’una esistenza di sogno, parevano immagini impalpabili come quelle d’una meteora, parevan esser visibili di lungi per un irradiamento chimerico delle loro forme. Il giardino fioriva a similitudine d’una selva immobile di gigli enormi e difformi”. In questo passaggio l’ampio e ostentato utilizzo del verbo “parere” è funzionale ad una narrazione in equilibrio tra un alone di indeterminatezza e la dimensione onirica.
E in un passo del romanzo “Forse che sì forse che no”, D’Annunzio eleva il “come” a presenza dominante. “Fu come il ronzio d’uno sciame nelle arnie, fu come i rumori agresti che cullano i sogni, fu come i canti che lontanando aprono l’infinito della tristezza e del desiderio. Parve inazzurrarsi come la macchina, come l’uomo”. Certo in D’Annunzio, rispetto al più sobrio Alvaro, si consuma un’esibizione fortemente compiaciuta che sfocia in un’ampollosità retorica accresciuta da un esasperante impiego della tecnica anaforica. Ciononostante l’insistenza, pur mitigata, di segmenti comparativi tradisce nello scrittore calabrese un’innegabile e feconda filiazione dannunziana.
