A Claude Fauriel, illustre storico, nonché suo amico, Manzoni chiedeva – durante la laboriosa gestazione dei “Promessi sposi” – dove potesse trovare una lingua italiana semplice, discorsiva, di agevole fruizione per tutti. Si trattava di un interrogativo non retorico, ma di importanza vitale poiché in quell’epoca infuriavano aspre diatribe riguardo alla questione legata all’adozione di uno stile in cui l’intera Nazione si potesse riconoscere.
Lo scontro si era fatto particolarmente accesso tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, all’indomani della nascita, voluta da Napoleone, dell’Istituto nazionale di Scienze, Lettere e Arti, che si proponeva di mettere ordine nella lingua del bel Paese. I letterati si divisero. Da una parte si schierarono i puristi, fedeli all’Accademia della Crusca, e capitanati dall’abate Cesari, fautore della lingua praticata dagli scrittori del Trecento. Dall’altra si attestarono gli innovatori, guidati da Vincenzo Monti, il quale si richiamava all’”italiano illustre”, ovvero la lingua precedente al Trecento. Il poeta, in sostanza, sosteneva che l’italiano dovesse restare una lingua non di popolo per il popolo, ma di dotti per i dotti. In questo giudizio si rispecchiava la posizione tipica del letterato cortigiano.
A soffiare sul fuoco della polemica contribuì la baronessa de Stael la quale, nel suo diario, annotava che gli italiani scrivono di storia, di scienza e di filosofia servendosi di una lingua “morta e artificiale”, mentre i poeti si attengono ad un gergo classico e classicheggiante, sicché “le loro opere non valicano i confini del piccolo gruppo di eruditi”.
In questo scenario, fluido e spinoso, si muoveva Manzoni. La stesura del suo futuro capolavoro fu tormentata, come testimoniano i tribolati manoscritti e le minute postille. Finita la prima stesura, al Gran Lombardo parve che il testo tracimasse di modi gergali lombardi, e fu quindi tentato di disfare la tela, per tesserla di nuovo, questa volta in francese. Fu Fauriel a sconsigliarlo, ben consapevole che in quella veste l’opera, entro i confini italici, non sarebbe stata accolta con favore.
Per l’onesto ed equilibrato Manzoni – cui non faceva certo difetto lo scrupolo per una coerente e plausibile linea compositiva – il problema di far parlare, con la giusta verosimiglianza, il cardinale Borromeo e il contadino Renzo, si presentava dunque arduo. Fu allora che decise di “sciacquare i panni in Arno”. A Firenze, quindi, Manzoni andò a cercarsi la lingua, con grave disappunto dei letterati lombardi che non gli perdonarono, in parte a ragione, quella scelta. “Effettivamente – osserva Indro Montanelli – certi vezzi della parlata toscana (e non sempre ebbe una mano felice nel selezionarli) in bocca agli umili brianzoli stonano. I panni di Agnese e di Lucia si prestavano poco a quel bucato”. Il problema, tuttavia, non era di trovare un lessico più puro. Ciò che Firenze fornì a Manzoni era quello di cui aveva più bisogno, ovvero il modello di una lingua che aveva sensibilmente ridotto il divario tra il vocabolario delle persone colte e quello del popolo.
Alla radice di tale realtà c’era un motivo ben chiaro. “Questa lingua – sottolinea Montanelli – non era nata nella corte o nell’accademia, come in tutto il resto d’Italia, ma nella fattoria, cioè dal dialogo fra il signore e il contadino”. I toscani non parlavano un italiano migliore degli altri, ma era un italiano parlato da tutti, dal colto e dall’incolto. Fra i diversi ceti sociali, a Firenze, c’era sempre stata lotta, ma mai incomunicabilità. “Il cardinale Borromeo fiorentino – evidenzia Montanelli – si intendeva con il suo Renzo non perché parlava il suo dialetto, come a Milano, ma perché Renzo parlava la sua lingua. E siccome Manzoni aveva bisogno di una lingua che fosse nello stesso tempo del cardinale e di Renzo, e ne rendesse plausibile la conversazione, era logico che andasse a cercarsela a Firenze”.
