E’ il libro più ambizioso e più completo che sia stato scritto sulla realtà dell’Italia dopo la “Divina Commedia”: è il giudizio di Moravia su “I Promessi sposi”. A Boccaccio non interessava scandagliare il fondo dele cose, Machiavelli si limitava ad essere un poeta della politica. Più alti obiettivi animavano il Gran Lombardo che – sottolinea lo scrittore – volle rappresentare “l’intero mondo italiano”, dal vertice alla base, dagli umili ai potenti, dalla semplicità del buon senso popolano alla sublimità della religione.
Moravia stabilisce quindi un confronto tra il poema dantesco e il romanzo manzoniano. “I Promessi sposi”, rispetto alla “Divina Commedia”, che sembra tutta ispirata e poetica, anche nelle parti didascaliche – afferma – presentano larghe zone nelle quali fa difetto la poesia, senza che per questo si possa dire che quest’ultima sia sostituita dall’oratoria”. Tali parti, nell’intenzione di Manzoni, avrebbero dovuto essere poetiche non meno delle altre: anzi, anche di più. In esse, invece, – “suo malgrado e senza rendersene conto” – egli anticipò il tentativo di tracciare le coordinate di un realismo cattolico, espressione di una severa e puntuale attenzione anzitutto per gli umili e per i deboli.
Si rende quindi necessario operare una distinzione tra le parti ispirate e quelle di “propaganda”, ma ancora prima – evidenzia Moravia – occorre chiedersi perché Manzoni scrisse un romanzo storico. Il motivo profondo per cui l’autore costruì un’opera sulla base di un episodio del diciassettesimo secolo invece che trarre spunto da un episodio dei suoi tempi si può individuare richiamando l’aspetto “più ovvio” dei “Promessi sposi”: l’importanza preponderante, “quasi ossessiva” che nel romanzo ha la religione. “Questo aspetto – osserva – è ovvio se guardato con occhi italiani, ma lo è molto meno se si confrontano i ‘Promessi sposi’ con altri capolavori della narrativa ottocentesca, da ‘Madame Bovary’ a ‘La Certosa di Parma’, da ‘Guerra e Pace’ a ‘Papa Goriot’”.
Si vedrà allora che, se si potesse misurare il dosaggio dei vari temi della narrazione, la religione non rappresenta più di un cinque per cento del contenuto complessivo di quei romanzi, mentre sale a “un buon novantacinque per cento” nei “Promessi sposi”. Eppure gli autori di tali romanzi erano immersi nella stessa realtà politica e sociale di Manzoni: ovvero, la temperie europea dopo la Rivoluzione francese.
Nel ribadire che il rilievo dato alla religione nei “Promessi sposi” è “ipertrofico” e non corrispondente ad una condizione reale della società italiana ed europea dell’Ottocento, Moravia sottolinea che proprio in questo importanza “eccessiva” risiede la spiegazione del ricorso al romanzo storico da parte di uno scrittore come Manzoni, il quale non era un piccolo realista romantico come Scott, ma un grande realista morale e sociale come Stendhal, e “avrebbe potuto benissimo, di conseguenza, prendere ad argomento del suo romanzo un episodio di vita contemporanea”. Infatti, oltre all’ambizione di rappresentare la totalità della realtà italiana, si agitava in Manzoni un’altra ambizione, quella di “costringere” questa realtà nel quadro ideologico del cattolicesimo.
