Magistrale è il profilo che Edith Wharton traccia di un personaggio minore, Mrs Peniston, ne “La casa della gioia” (1905), simbolo di una passività, inerte e languida, nei riguardi della vita. Nel romanzo ella acquista un funzionale rilievo perché nella sua dimora ospiterà – nel segno di una non facile convivenza striata di duttili compromessi e di laboriose dissimulazioni – la protagonista del romanzo, Lily Bart, figlia di sua sorella (deceduta), espressione, al contrario della zia, della volontà di distillare dalle fibre dell’esistenza una linfa che sia garanzia di ricchezza e di successo.
“Mrs Peniston – osserva la scrittrice statunitense – era una di quelle persone anonime che fanno numero nella vita e nient’altro. Apparteneva alla classe di vecchi newyorchesi che avevano sempre vissuto negli agi, si erano vestiti in modo costoso e avevano fatto poco altro”. A quegli obblighi ereditari Mrs. Peniston si adeguava fedelmente. Del resto era sempre stata “una spettatrice” della vita, e la sua mente somigliava ad uno di quei minuscoli specchi che i suoi antenati olandesi erano soliti appendere ai lati delle finestre per poter vedere, pur nascosti nelle impenetrabili profondità della casa, che cosa succedeva per strada.
Mrs Peniston era proprietaria di una casa di campagna nel New Jersey, ma aveva smesso di andarci dalla morte del marito: evento remoto, che sembrava resistere nella memoria in funzione di “spartiacque” tra i ricordi personali che costituivano l’ingrediente principale della sua conversazione. Era una donna che rammentava le date e riusciva a ricordare in un attimo se le tende del salotto fossero state cambiate prima o dopo la malattia fatale del consorte.
Per Mrs Peniston la campagna significava “solitudine e alberi fradici”, e anche il vago timore di imbattersi in un toro. Per mettersi al sicuro da inconvenienti simili, frequentava i luoghi di villeggiatura più affollati, dove si installava in un’anonima casa in affitto e “guardava la vita da dietro le persiane della veranda”. Tentare di farla entrare attivamente nelle trame dell’esistenza era come voler “spostare un mobile inchiodato nel pavimento”.
Ma Mrs. Peniston non impediva agi altri di “muoversi”, e tale riguardo lo aveva anzitutto per la nipote. Non pretendeva infatti che Lily restasse “altrettanto inamovibile”. Aveva l’indulgenza tipica dei tutori americani verso l’irrequietezza della gioventù. Ed era altrettanto conciliante verso certe abitudini della nipote. A lei pareva normale, per nella sua passività, che Lily spendesse tutti i suoi soldi in vestiti, e integrava le scarne entrate della ragazza con qualche occasionale “regalino”. Lily, dall’animo pratico, avrebbe preferito un’indennità fissa, ma a Mrs Peniston piaceva il periodico ricorrere della gratitudine suscitata da un assegno inatteso. Ed era abbastanza astuta da capire che tale metodo teneva desto nella nipote un salutare senso di dipendenza. Insomma, una passività, quella di Mrs Peniston, pur sempre irrorata da un compassato intrico di scaltrezza e saggezza.
