In un saggio dedicato a Cesare Pavese, definito “decadente”, Alberto Moravia stabilisce subito un paragone con Giacomo Leopardi. Mentre nel recanatese poesia e vita comunicavano e “si equilibravano e si purificavano a vicenda”, nello scrittore di Santo Stefano Belbo c’è invece “il letterato, prima di tutto e soltanto, così nella vita come nell’opera”. Così il dolore acuto, quale si avverte in una delle sue opere principali, “Il mestiere di vivere”, non sembra trovare espressione né nella vita, né nell’opera: rimane senza sfogo di azione e senza purificazione poetica. Moravia rileva che dalla lettura del diario e dei libri si ricava l’impressione che le idee di Pavese siano più importanti della sua opera, la quale risente di una certa letterarietà mai felice né veramente risolta in poesia.
Lo sforzo di Pavese – che puntò soprattutto sulla creazione di un linguaggio parlato e immediato – sembra essere fallito per il suo fraintendimento della natura e dei limiti di un simile linguaggio. Uno scrittore, infatti, può trasfondere la propria cultura e la propria ispirazione nel linguaggio letterario del suo tempo, oppure può trasferirsi in un personaggio-schermo, in un “io” tutto popolare, come fecero Verga in terza persona, Belli e Porta in prima persona. Ma quello che uno scrittore non può fare è “colare” la propria esperienza e la propria psicologia di uomo colto (nel caso di Pavese, una cultura di origine decadentistica e irrazionalistica) nel linguaggio popolare. Infatti questo linguaggio è tale non tanto perché esso adoperi modi di dire colloquiali, quanto perché con questi modi esso esprime una concezione della vita e dei valori tradizionale, ancorata al senso comune, determinata dalle necessità naturali e pratiche: insomma, per nulla decadente e irrazionale.
“Il linguaggio popolare – afferma Moravia – esprime non tanto un mondo fuori della storia, come Pavese supponeva, quanto un mondo nel quale la storia ormai morta e allontanata dai suoi motivi etici ha fatto in tempo a diventare abitudine e costume, come pure cinismo e scetticismo. Pavese, invece, rincorrendo l’idea niciana e decadente del mito, tentò l’operazione impossibile di far dire a personaggi popolari, con il linguaggio popolare, le cose che premevano a lui, uomo colto, di psicologia e di esperienza decadente”. A fronte di questo scenario s’impone il confronto con D’Annunzio e con Verga, entrambi coerenti e lineari (a differenza di Pavese) rispetto alle proprie scelte narrative e sintattiche. D’Annunzio, decadente consapevole, non tentò mai di trasferirsi in “un personaggio popolaresco parlante un linguaggio dialettale. Egli scrisse aulico, con la lingua della cultura, “come era giusto”. Verga, che non era decadente, e che non inseguiva il mito ma le ragioni della vita e della poesia, scrisse invece in lingua popolaresca e quasi dialettale.
