Nella narrativa di Pirandello muore la persona e nasce il personaggio. Questo scenario è magistralmente descritto ne “Il fu Mattia Pascal”, romanzo incentrato sull’identità perduta, sul dissolvimento dell’io empirico che non si riconosce più nella tradizionale e consolidata trama delle relazioni familiari e sociali. Al contempo l’opera celebra la nascita del personaggio in virtù del fatto che la letteratura viene ad occupare, e a dominare, lo spazio, già prerogativa della vita.
Entro di esso è il personaggio a scandire il tempo permanente del racconto con l’obiettivo di significare un destino, non solo una semplice successione di avvenimenti. “La nascita del personaggio – afferma il critico Nino Borsellino – costituisce l’evento creativo più carico di conseguenze per l’opera pirandelliana”. A differenza del “carattere” e del “tipo” della tradizione teatrale e romanzesca, il personaggio plasmato da Pirandello non è identificabile in base a posizioni gerarchicamente definite, né è determinabile in riferimento alle circostanze pressanti dell’esistenza.
In un’appendice polemica all’edizione de “Il fu Mattia Pascal” del 1921, intitolata “Avvertenze sugli scrupoli della fantasia”, Pirandello volle siglare con lo stile “maschera nuda” la natura, credibile e autentica, del suo personaggio, tacciato di inverosimiglianza. “Credo – scrive – che non mi resti che di congratularmi con la mia fantasia se, con tutti i suoi scrupoli, ha fatto apparir come difetti reali quelli che eran voluti da lei: difetti di quella fittizia costruzione che i personaggi stessi han messo su di sé e della loro vita, o che altri ha messo su per loro. I difetti, insomma, della maschera finché non si scopre nuda”.
Il denudamento della maschera – sottolinea Borsellino – trasforma il simulacro sociale dell’individualità in un volto che si riconosce, ma che continua ad essere “deformato nello specchio degli altri”. Questa tensione fra l’apparire e l’essere rappresenta il primo nucleo delle numerose drammaturgie del personaggio, ne esaspera la dialettica istrionica, quella sua mimica verbale e gestuale, che è espressione dello sforzo di legittimare le ragioni del sentimento con le ragioni della logica.
