Quando uno scrittore, destinato alla celebrità, eccede nel criticare sé stesso. La causa risiede nella pervicace tensione alla perfezione assoluta che mai, nelle menti eccelse, troverà un conciliante e gratificante appagamento. Nell’introdurre il suo romanzo “Schiavo d’amore” (1917), William Somerset Maugham si scusa perché l’opera che si accinge a presentare è molto lunga. “Mi vergogno di accrescerne la lunghezza con una prefazione”, confessa. Rileva quindi che un autore è probabilmente “la persona meno adatta a parlare del proprio lavoro”. In merito cita un istruttivo aneddoto raccontato dal poeta francese Roger Martin du Gard riguardante Marcel Proust.
Questi desiderava che un certo periodico francese pubblicasse un articolo “ben mirato e strategico” su “Alla ricerca del tempe perduto”. Pensando che nessuno avrebbe potuto comporlo meglio di lui, si mise a tavolino e lo scrisse personalmente. Poi chiese ad un giovane letterato suo amico di firmarlo e di portarlo al direttore della rivista. L’amico seguì fedelmente le istruzioni impartitegli, ma dopo alcuni giorni il direttore lo mandò a chiamare. “Il suo articolo devo rifiutarlo – gli disse con un tono tra il risentito e l’accorato -. Proust, infatti, non mi perdonerebbe mai se pubblicassi una critica tanto fredda e malevola del suo lavoro”.
“Suscettibili riguardo alle proprie produzioni e inclini ad essere feriti da giudizi sfavorevoli – commenta Maugham – gli autori sono però di rado soddisfatti di sé. Non ignorano che l’opera in cui hanno speso senza risparmio tempo e fatiche è lungi dal corrispondere appieno alla loro concezione e, nel considerarla a cose fatte, il cruccio per le sue deficienze è assai maggiore della contentezza per i tratti, qua e là, che possono rileggere con compiacimento”. Questi scrittori mirano alla perfezione, e sono “miseramente consapevoli” di non averla raggiunta.
