Caustica è la valutazione di Francesco De Sanctis riguardo all’individualismo. “Noi assistiamo ansiosi – scrive – ai suoi funesti effetti sulla scienza, sull’arte, sulla politica”. E i frutti dell’individualismo si manifestano come scetticismo nella scienza, soggettivismo nell’arte, anarchia in politica. Nel suo saggio su Friedrich Schiller, il critico afferma che è proprio l’individualismo a costituire “la radice del pensiero” del poeta, filosofo e drammaturgo tedesco.
“L’universo per lui – afferma De Sanctis – è il teatro delle nostre azioni e gli avvenimenti non sono che l’inevitabile effetto dei nostri caratteri e delle nostre passioni”. Schiller non ha mai avuto piena fiducia in sé stesso, nonostante il pubblico non avesse mancato di tributare alle sue opere – tra le quali figurano, “I masnadieri, “Guglielmo Tell”, “Maria Stuarda” – un applauso convinto e caloroso. “Tu lo vedi quasi ad ogni nuovo dramma mutar forma e disegno, scontento del già fatto, poco sicuro di ciò che tenta” osserva il critico. Questo sentire – minato da un individualismo che tende a sradicare punti di riferimento di valore universale – lo porta addirittura ad esclamare: “Io non sono nato poeta!”.
Quella di Schiller fu “un’anima tumultuosa”, forgiata al fuoco di un secolo, il Settecento, segnato dal contrasto tra sensismo e criticismo, tra classicismo e romanticismo, nonché tra dispotismo e libertà. Su un terreno così insidioso, la sensibilità di Schiller, chiusa in un claustrofobico individualismo, si sfrangia, tradendo insicurezza anche laddove brilla il suo talento. “L’individualismo è il concetto del dramma moderno” dichiara De Sanctis, secondo cui il senso della vita si comincia a rivelare con Shakespeare, il quale opera uno scarto storico: con lui “il miracolo scompare e il Fato è l’uomo”. Il mondo non è più alle dipendenze di Giove, ma resta schiavo delle forze misteriose della natura. Nei drammi di Schiller l’uomo perde quella “patina divina” dominante nella cultura greca per divenire una totale creatura della terra. In quanto tale egli è destinato a diventare poi “un fantasma dell’anima, ossessionato dai rimorsi della coscienza”, senza che il cielo possa intercedere per lui.
Nelle sue opere, sottolinea De Sanctis, “l’uomo grandeggia in tutto l’ardore delle sue passioni e in tutta la possanza della sua volontà”. Una grandezza che eleva, ma che comporta un rischio conseguente, quello di una caduta tanto più rovinosa quanto più l’altezza è vertiginosa. Non può certo l’individualismo – aridamente introverso – mitigarne l’impatto.
Schiller dapprima confidava nella ragione, poi comincia a dubitarne la forza, fino a porsi un interrogativo di fondo. “Tu, ragione, che cosa mi hai dato, se non mi hai dato tutto? Nella verità vi è forse il più o il meno?” si chiede il filosofo che osserva: “Togli un suono alla cetra e ciò che resta è il niente”. Tuttavia, sottolinea il critico, Schiller ha un sussulto di orgoglio che scuote il manto dell’individualismo. Nel tentativo di liberarsene, esclama: “Anime nobili, allontanatevi dalla ragione e raffermatevi nella fede celeste. Ciò che l’orecchio non ode, ciò che l’occhio non vede, ecco ciò che è vero”.
