C’è un passaggio ne “La coscienza di Zeno” in cui la capacità descrittiva di Italo Svevo raggiunge l’eccellenza. Il padre del protagonista è sul letto di morte, la situazione è disperata, ma il figlio – anche per riscattarsi dall’atteggiamento freddo e scostante avuto negli anni passati verso il genitore – compie ogni sforzo per ritardare l’inevitabile. Sforzi intensi e accorati, quelli di Zeno, ma che non possono, né potrebbero, cancellare dal suo animo il rimpianto e il rimorso.
In quell’ora drammatica egli si decide di chiamare il dottore, un tale Coprosich, il quale si staglia come una figura che in Zeno non cessa di destare, a distanza di tempo, un fiero e pungente astio. Bastò il primo incontro per scatenarlo. “Oggi vive ancora – afferma Zeno – decrepito e circondato dalla stima di tutta la città. Quando lo scorgo, così indebolito e incerto, camminare per le vie in cerca di un poco di attività e di aria, in me, ancora adesso, mi rinnova l’avversione”. Allora il dottore avrà avuto poco più di quarant’anni. Si era dedicato con grande zelo alla medicina legale e spesso gli venivano affidate dalle “imperial regie autorità” le perizie più importanti.
Era un uomo magro e nervoso, “la faccia insignificante rilevata dalla calvizie che gli simulava una fronte altissima”. Aveva, così la definisce Svevo, una “debolezza”: quando levava gli occhiali, e lo faceva sempre quando voleva meditare, i suoi occhi “accecati” guardavano accanto o al di sopra del suo interlocutore e avevano il curioso aspetto degli “occhi privi di colore di una statua, minacciosi o, forse, ironici”. Se doveva dire anche una sola parola, Coprosich rimetteva sul naso gli occhiali ed “ecco che i suoi occhi ridivenivano quelli di un buon borghese qualunque che esamina accuratamente le cose di cui parla”.
Quando il dottore entra nella stanza del moribondo, si lava le mani e anche la faccia. “Era perciò senza occhiali – rileva il protagonista – e quando l’alzò per asciugarla, la sua testa era bagnata, sembrava la testina strana di un amuleto fatta da mani inesperte”. Coprosich non esita a criticare Zeno per non aver seguito il caso medico del padre con la dovuta attenzione, essendo evidente che l’anziano signore aveva bisogno di cure. “Quando rimproverava così senza occhiali – ricorda il protagonista non senza una stilla di ammiccante ironia – il dottore era terribile. Aveva alzato la voce e voleva spiegazioni”. I suoi occhi, singolarissimi occhi, quelle spiegazioni “le cercavano dappertutto”.
