Giovanni Verga è sempre stato definito uno scrittore pessimista. Egli stesso si riconosceva tale, additando le sue opere (romanzi e novelle) quale espressione di una concezione tragica del mondo. Eppure, come scrive il critico Luigi Russo, “il pessimista Verga solo in questo non fu pessimista”: nel fondo primitivo dell’umanità, seppe trovare una sanità e una profondità di sentire che non c’era più nelle società aristocratiche. Più che “il descrittore del turpe, del deforme, del basso”, egli volle essere “lo scopritore dell’umanità degli sconfitti e dei barbari”. Nell’animo dello scrittore vibrava dunque il pathos religioso di un romantico, che crede fermamente nella virtù del popolo. Verga riuscì ad essere uno scrittore morale di alta levatura perché seppe umanizzare la vita dei derelitti creando una tragedia del sentimento, laddove altri scrittori vedevano solo un urto di forze naturali.
Mentre il positivista era portato a vedere nella vita dell’uomo un meccanismo che si muovesse per potenza di istinti, di malattie ereditarie, di idiosincrasie fisiologiche, lo scrittore siciliano scartò le grossolane ricette della patologia per apprezzare dappertutto la vita e i suoi palpiti. “Così Verga – dichiara Russo – idealizzava laddove gli altri, più che soffiare la poesia, ne soffocavano il leggero respiro, per il quale essa vive nelle cose di tutto il mondo quasi per originario nascimento; così Verga scolpiva uomini dove gli altri radunavano documenti umani; così Verga riscattava, confermandone la responsabilità, gli affetti, le passioni, le tragedie di sangue e di gelosia, laddove gli altri farneticavano di un’antilibertà del volere dei primitivi e di una brutale fatalità dell’agire; così Verga legittimava nel regno della vita morale sentimenti e passioni che certo convenzionalismo etico condanna come peccati”.
Ai suoi detrattori che gli contestavano un moralismo “bieco e di facciata”, Verga, nella prefazione al romanzo “Eva”, replicava: “Non accusate l’arte che ha il solo torto di avere più cuore di voi, e di piangere per voi i dolori dei vostri piaceri. Non predicate la moralità, voi che ne avete soltanto per chiudere gli occhi sullo spettacolo delle miserie che create, voi che vi meravigliate come altri possa lasciare il cuore e l’onore laddove voi non lasciate che la borsa, voi che fate scricchiolare allegramente i vostri stivali inverniciati dove folleggiano ebbrezze amare o gemono dolori sconosciuti, che l’arte raccoglie e vi getta in faccia”. Si tratta di un vero e proprio manifesto del suo pensiero, in cui il realismo psicologico dello scrittore si converte in realismo artistico. Il verismo di Verga nasceva da un sentimento commosso della realtà di cui raffigurava la razionale inesorabilità, e la sua spiccata dimensione morale lo portava a rispettare tutte le passioni, anche quelle che l’ipocrisia sociale avrebbe condannato come immorali.
In un passo di “Eva”, uno dei protagonisti, Enrico Lanti, afferma: “Tu che mi parli di gioie false, dimmi quali siano le vere. Quelle che costano più lagrime o quelle che lasciano più rimorsi? Qual è l’amore vero, quello che muore o quello che uccide? Chi sentenzia del bene e del male? Il mondo! Che cos’è? Quali sono i suoi diritti? Esso non mentisce?, esso non si inganna?”.
Questa sfilza di incalzanti interrogativi sta a testimoniare l’acuta insofferenza dello scrittore per la morale tradizionale da lui sentita come stantia, ricevuta supinamente, senza il barlume di un avveduto spirito critico. Ubi veritas? sembra domandare Verga il quale, con sofferta coscienza, pone il quesito di fondo: l’uomo ha il diritto di biasimare e di condannare? Tutta la storia è sacra, dice il filosofo, tutta la vita è sacra, dice il poeta. All’artista non rimane che raccogliere il grido delle passioni e riproporlo agli uomini con tono impassibile, “senza alzare la voce”, bandendo scorbutiche requisitorie e, al contempo, mettendosi discretamente da parte, nell’umile consapevolezza che la vita parla da sé, nella muta eloquenza dei fatti e nella logica fatale dei suoi affetti.
