Siciliano “dalla punta dei piedi alla radice dei capelli” Giovanni Verga domina il paesaggio letterario fra l’Ottocento e il Novecento con il peso di una personalità assoluta, isolata e invadente. “Nessun altro scrittore – sottolinea Cesare Garboli – può considerarsi vicino a questo granitico Omero della sofferenza e della miseria”. Primitiva ed epica, ma obbediente al principio veristico della rappresentazione oggettiva e impersonale, l’arte di Verga ritrae sentimenti e istinti, fatti e persone così come sono, “immediatamente reali”, svolgendoli nella loro umanità come in una materia elementare e rocciosa: “un registratore invisibile senza inflessione e senza coscienza – sottolinea il critico – riproduce concitatamente, dal vivo, il ritmo secolare e immutabile delle cose”.
Protagonista dei “Malavoglia” è una famiglia di pescatori, uomini del mare “tenacemente avvinti al proprio scoglio”, Acitrezza, stretti alle tradizioni ataviche e religiose del focolare, in lotta diurna contro la natura ostile e i colpi di una sorte maligna. Intorno a questa famiglia brulicano e serpeggiano ora il vociare di tutto un paese, ora una tragicità trasognata, sigillata dal silenzio.
A formare un mosso e dinamico scenario – che sa di fatica, di sudore e di salsedine – concorrono il cielo e il mare (spesso essi si confondono), le reti da pesca, e i tuguri. Elementi, questi, che si integrano perfettamente nella vita paesana il cui ritmo di vita è dettato da faccende, affetti e lutti. Una vita paesana che – evidenzia Garboli – non suona mai “pettegola e piccina”, ma leggendaria, poiché avvolta in una superiore atmosfera, sintesi di realtà sociale e di favola.
